21/10/2026
SOTTO IL RULLO DEL “PROGRESSO”: QUANTA VITA STIAMO CANCELLANDO?
In questa immagine l’uomo stende la città sopra la foresta, mentre alle sue spalle la morte prepara un paesaggio senza vita. Due gesti simili, due passaggi della stessa trasformazione: il verde diventa grigio, il grigio lascia spazio al vuoto.
La forza della vignetta sta soprattutto in un dettaglio: l’uomo guarda davanti a sé. È concentrato sul proprio lavoro, forse persino soddisfatto. Non vede ciò che avanza dietro di lui. È una rappresentazione efficace di un’idea di progresso che, finora ha misurato quanto costruisce, ma spesso ha trascuraro ciò che consumava e ciò che avrebbe lasciato in eredità.
La foresta appare come una superficie da coprire. Sotto quel rullo scompaiono alberi, suolo, habitat, relazioni. Tutto ciò che non entra facilmente in un bilancio economico rischia di essere trattato come se non avesse valore. Eppure, cancellarlo significa impoverire anche le condizioni che rendono possibile la nostra vita.
La vignetta esaspera il contrasto, come è proprio della satira e, forse, riflette un concetto che ci auguriamo, appartenga al passato. Ma ci invita a una riflessione concreta sul modo in cui abitiamo e trasformiamo i territori. Costruire risponde a bisogni reali; proprio per questo richiede responsabilità, capacità di scegliere e di riconoscere i limiti. Recuperare un edificio, riutilizzare uno spazio già urbanizzato, conservare un suolo permeabile o dare a un albero lo spazio per crescere sono decisioni che esprimono una precisa idea di futuro.
Anche il verde urbano entra in questa riflessione. Se lo consideriamo soltanto una decorazione da aggiungere a progetto concluso, continuiamo a ragionare come l’uomo sul rullo. Gli alberi devono trovare posto nelle decisioni iniziali, nei volumi di suolo disponibili, nella gestione dell’acqua e nelle risorse destinate alla loro cura.
Il personaggio alle spalle dell’uomo ci ricorda infine che le conseguenze possono arrivare mentre siamo ancora intenti a celebrare i risultati.
Prima di applaudire ciò che abbiamo costruito, dovremmo imparare a guardare anche indietro. E domandarci quanta vita abbiamo lasciato passare sotto il rullo.