12/05/2026
La Festa della Musica quest'anno non si farà.
Ci abbiamo provato l'anno scorso grazie agli amici di Off Topic e MyFarini, ma quest'anno alziamo, nuovamente, bandiera bianca.
Un sintomo di un paese che continua a trattare la cultura come un optional, un orpello, qualcosa di cui occuparsi "quando avanzano i soldi" o quando c'è da fare una piccola parata per raccogliere una manciata di voti.
Torino ha ospitato per anni uno degli eventi di musica di strada dal vivo più grandi d'Europa, e una delle Feste della Musica più partecipate del continente. Migliaia di musicisti, decine di migliaia di persone per strada, musica in ogni cortile, ogni piazza, ogni vicolo. Non uno spettacolo da consumare seduti, ma una città che si trasformava in un organismo vivo, pulsante, collettivo.
Quella cosa non esiste più. E non per caso.
Chi dovrebbe sostenere la cultura spesso la ostacola. Non per cattiveria, ma per qualcosa di peggio: indifferenza strategica, burocrazia cieca, incapacità di riconoscere il valore sociale di ciò che non produce un ritorno immediato e misurabile. Un evento che portava 300.000 persone in strada non viene valutato per ciò che genera nella comunità, ma per quante "seccature" può generare. La cultura è semplicemente una leva politica in mano a istituzioni che erogano bandi strutturalmente inaccessibili alle piccole realtà, a vantaggio enti profit travestiti da no profit.
Gli sponsor ci sarebbero, se il palcoscenico offerto e le possibilità fossero chiari. Ma quando le regole del gioco cambiano continuamente, meglio investire altrove — perché in fondo Torino è un mercato piccolo, forse insignificante per i pochi attori economici rimasti sul territorio.
Organizzare un evento musicale in Italia oggi significa navigare un labirinto di permessi, autorizzazioni, vincoli acustici, responsabilità civili e penali che cambiano da comune a comune, da assessorato ad assessorato, a volte da funzionario a funzionario. Un sistema pensato — inconsciamente o no — per scoraggiare chi prova a fare. Non esiste un quadro normativo chiaro, stabile, che consenta a chi lavora nella cultura di pianificare, investire, crescere. Esiste solo l'improvvisazione istituzionalizzata.
Chi fa , lo fa a suo rischio e pericolo, attingendo unicamente a proprie risorse o chiedendo risorse al pubblico, laddove ha una struttura che gli consenta di ottimizzare i costi e tramite conoscenze varie arrivare a dirimere questioni iper tecniche e spesso contraddittorie.
Sulla tutela degli attori principali in ambito musicale, cioè musicisti, tecnici, compositori, operatori, stendiamo un velo pietoso. In Francia, nel territorio del nostro caro vicino tanto bistrattato,esiste il Régime des intermittents du spectacle dal 1936, gestito dall'UNEDIC: chi lavora almeno 507 ore in 12 mesi ha diritto a un'indennità nei periodi tra un ingaggio e l'altro. Il principio è semplice: la discontinuità del lavoro creativo è una caratteristica strutturale da tutelare, non un'eccezione da tollerare.
Il problema non è la mancanza di volontà. Il problema è sistemico. È culturale, prima ancora che economico. Viviamo in un paese che dichiara di amare la musica, l'arte, la bellezza — e poi costruisce ogni giorno le condizioni affinché chi produce quella bellezza non possa sopravvivere.
Il 21 giugno è la Festa della Musica. In Francia è un diritto acquisito, una certezza, una tradizione nazionale. Da noi il diritto all'arte e alla cultura è una promessa che viene infranta ogni anno.
Non ci rassegniamo. Ma oggi, più che celebrare, sentiamo il bisogno di fare silenzio.
Buona Festa della Musica a tutti, per quando sarà.
Città di Torino Città metropolitana di Torino Regione Piemonte