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02/04/2023

Inviato dall'atleta Alice Nebbia
Scalare la montagna

Verso le otto meno un quarto ero vicino alla cattedra del maestro, stava appuntando il programma dell'ultima seduta d'esame. L'ultima delle quattro estenuanti sedute d'esame, servite se non altro a dimostrare quando io abbia imparato in questi anni di karate. Le persone da fuori vedono quello che faccio come un insieme di tecniche; vedono il singolo kumite, o il ben svolto kata. "Ci vuole sicuramente forza di volontà" dicono.
Il Karate non mi ha solo insegnato a impegnarmi, il Karate mi ha detto «Tu non sei debole, puoi riuscire in tutto quello che vuoi. Puoi perseguire e raggiungere obiettivi; puoi mostrare quanto vali non agli altri, ma a te stessa. Te lo dico io, tu sei forte, fuori e dentro. Credi in questo e nessun avversario, dentro o fuori dal dojo che sia, sarà imbattibile».
Prime 100 addominali, fatte. Poi diverse parti d'esame in cui ero messa alla prova davanti ai miei compagni. "Oggi ti mostrerai sicura di te" mi ero detta facendo il saluto per salire sul tatami, un'ora prima. Più volte avevo notato come la forza stesse tutta dentro di me, ma mi bloccavo sempre davanti a un "non lo so fare" o "magari oggi ho poche energie". "Oggi dimostrerai che se ti impegni riesci ad accrescere la stima che hai di te. Dimostrerai a te stessa che non hai bisogno di una giornata scolastica andata a buon fine o un pranzo soddisfacente per sprigionare l'energia che ti appartiene". In ogni istante in cui mi trovo nel dojo mi sento bene, e nella mia mente vedo il mio corpo felice. I piedi sono piantati sul tatami e a ogni passo donano energia ai miei movimenti e assorbono la forza di coloro che ne hanno lasciata un po', sottoforma di sudore, sul tappeto. Le mie braccia liberano energia positiva, interagiscono con l'aria condivisa da altre 20 persone nello stesso momento rendendola piacevole da respirare. "E perché quando vuoi ti**re il calcio non riesci a imprimere tutte le emozioni positive che provi? Perché non puoi metterti in testa di essere abbastanza resistente da non piegare le ginocchia quando stai per finire le flessioni?". Il pensiero é struggente.
«Non sono pronta per la cintura nera, maestro. Ho tanto ancora su cui lavorare» cercavo di spiegare nei mesi precedenti. Il maestro diceva che credeva che ero pronta e che questa era l'unica cosa importante. Egli credeva in me, e pensavo che la cintura nera alla fine é solo una cintura, che stavo esagerando e che cercavo solo un modo di puntare più in alto. Pensavo anche che il maestro sì, era soddisfatto di ciò che so fare, ma non fino al meritare fino in fondo questo pezzo di stoffa.
«Va bene, enpi nei quattro modi li abbiamo fatti, passiamo alle ultime 60 flessioni». Era il momento di fare le flessioni dalla prima all'ultima, mi stavo preparando psicologicamente a questo momento da mesi. Le prime 5, male alle braccia, ma ho deciso di non mollare. Arriviamo a 20 e non so se riuscirò a finirle come vorrei. Ora penso che erano solo delle flessioni, ma per me sono un vero e proprio muro. Se non lo sorpasso non posso pretendere di arrivare a destinazione.
Prossima fermata: 40 flessioni. Ci sono quasi, ma non ci sto con la testa, si è fermato il contatto con la decisione di farcela, é prevalsa la sensazione di fatica, e succede che poggio le ginocchia a terra. Ripetutamente, per almeno 4 flessioni una dopo l'altra. Alzo lo sguardo dal pavimento in cerca di qualcuno che potesse sorridermi e incoraggiarmi, e incrocio con la vista il tavolino su cui sono poggiate tante cinture. Scorro con lo sguardo velocemente una a una: bianca, gialla, arancione. Poi verde, blu. Tutte le cinture che sono appartenute a me in questo tempo. É il momento della marrone, e poi lei. La grandiosa cintura nera. Non so se era proprio quella che mi fu data in seguito, ma mi diede la spinta a finire quelle ultime 20 flessioni, le più belle e faticate degli ultimi 8 anni.
Tutte queste emozioni per delle flessioni? Insomma, se non le avessi finite la cintura mi spettava a prescindere. Ma le flessioni in quel momento erano ciò che mi avrebbero dimostrato chi sono. Una persona sì affaticata, ma che poi qualcosa lo riesce a concludere.
Successe tutto molto velocemente poi, i momenti che avevo sognato per anni: il maestro mi consegnò la cintura nera, che appariva proprio tanto nera e scura; strinsi la mano a tutte le altre nere e fecero quella sorta di rito per consegnarmi la cintura. Successe l'inaspettato anche: mi bendarono e mi portarono nella sala affianco, dove c'erano una carinissima torta con lo stemma WKU sopra, lo spumante e varie bibite. Mi consegnarono il diploma per il primo dan che avevo appena acquisito. Feci tante foto con tutti e poi, accompagnata da un leggero mal di testa da emozione, cercai un angoletto dove indossare bene la cintura. "Eccola qua, Alice, hai la cintura nera. É l'ultima che ti trovi a indossare. Stai indossando per la prima volta la cintura che non mollerai mai più" mi dissi. Finalmente i dubbi spariscono. "C'è un motivo se é arrivato questo momento. Guarda intorno, tutte queste persone festeggiano l'inizio del tuo percorso. Credono in te e perfino ti ammirano. In fin dei conti tu la meriti tanto questa cintura nera: ti sei impegnata dal primo all'ultimo giorno che sei venuta qui, due o tre volte a settimana, talvolta anche in estate, pur di non abbandonare le sensazioni che ti dà lo stare nel dojo con queste persone. Apprendi nuove cose e ti eserciti e le studi a casa, tutti i giorni. Ti interessi delle origini e della storia di questa disciplina; online osservi i dibattiti e i confronti tra karateki provenienti da tutto il mondo.
Vedi la cintura nera come un punto difficile a cui arrivare: ci vuole tempo, impegno e grande passione. Ma soprattutto la vedi come un punto da cui partire. Ora chissà cosa ti aspetterà, quante esperienze nuove ti aspettano in questo campo. Imparerai tanto, questo é tutto ciò che desideri. Il Karate ti deve dare le soddisfazioni che vuoi, deve mostrarti i tuoi punti deboli ma tutti i tuoi punti di forza.
Niente ti fa sentire imponente quanto il Karate".

24/02/2023

*Il peso di una cintura*
( L' importanza di cambiare colore di cintura nella magica arte-disciplina , IL *KARATE*)
Dopo un ennesimo esame di cambio colore per le cinture di karate, mi pongo una serie di domande:
1) É solo un semplice cambio di colore con corrispettivo economico?
2) É solo un voler affermare da quando tempo pratichi karate?
3) Fa parte della volontà di incentivare gli atleti per non perderli illudendoli che stanno progredendo?
4) Fa parte di un nuovo circo mediatico.
5)Soddisfare il bisogno dei genitori più che degli atleti per farli sentire sicuri dei loro figli.
6) L'illusione di vestire anche nel karate kimoni e tute di marca anche se poi non si suda.
7) La voglia di competere, anche se poi la competizione da strada e tutt'altra cosa.
8) Tanto uno sport vale un altro, etc etc.
Cercherò di dare delle risposte. Da premettere che tutto ciò che ho appena elencato non ha nulla a che vedere col vero karate tradizionale (tradizionale come da origine, da non confondere con altri tipi di karate del "mordi e fuggi", che di karate hanno in comune solo il karategi -e ultimamente neanche più quello: non è rado vedere kimoni bardati con scritte vistose e linee dai vistosi colori).
Il mio karate si basa su radici e fondamenta che mi hanno tramandato i miei MAESTRI, e dico maestri veri perché ormai ci sono più maestri che atleti. Non ho mai pensato ad un cambio di cintura per i miei atleti se non ne fossero all'altezza; uno dei motivi per cui a volte ho preferito perderli anziché illuderli dando loro il tempo di maturare i veri principi e rivederli di nuovo nel mio dojo con la cintura con la quale avevano lasciato e non con quella presa presso altre strutture dove si pratica karate non proprio tradizionale.
A volte mi capita di dover discutere con genitori che mi attribuiscano che faccio permanere gli atleti, i loro figli, molto tempo con la stessa cintura, mentre in altre palestre -non doji- fanno addirittura la mezza cintura o il quarto di cintura ogni 2 mesi (ogni 2-3 mesi esame e così via fino alla nera). Ancora una volta mi costa fatica dover dare spiegazioni e lascio il loro voler fare della continuità del corso dei loro figli senza dare le mie convinzioni. Mi rendo conto che per un ragazzo che vuole fare sport per soddisfare le sue esigenze fisiche uno sport vale l'altro. Ma il karate è altra cosa: è innanzitutto una disciplina, e non un'arte che puoi praticare a tempo perso.
Deve fare parte della tua vita o non stai facendo karate. Il karate tradizionale é sacrificio e il voler essere alla conquista non sempre di medaglie ma della conoscenza sempre più intensa di sé stessi.
Il peso di una cintura per me, oltre che a creare una struttura fisica atletica e possente, significa voler potenziare un qualcosa di invisibile: la corteccia cerebrale del proprio io; voler accrescere la propria autostima; aver sofferto insieme in palestra uno come atleta, l'altro come maestro per trasferire un arte che ritornerà sempre più di moda e che ci permetterà di rimpossessarci di un mondo che velocemente cerca di sfuggirci di mano.
In più il peso di una cintura, qualunque essa sia, fosse pure la semplice bianca, è affidare nelle mani dell'allievo parte della vita del maestro con tutti i suoi pregi e difetti. Insomma, gli allievi saranno i depositari del vero karate e di ciò che ha testimoniato il loro maestro.
Ho detto che in palestra sia maestro che allievo soffrono in due modi diversi: uno come atleta e l'altro come maestro. Un po' come una trasfusione di sangue; ci sono il donatore e il beneficiario, incontro di due atomi. Molto più semplice sarebbe ragazzi, guantini e via col karate sportivo, sarebbe una pacchia totale per entrambi. No, il mio karate non sarà mai solo ciò.
Mi chiedo perché averlo chiamato karate sportivo: già esiste la kick box, sarà perché in comune hanno solo il karategi. Tutta questa disquisizione è perché davvero fa male vedere cinture nere non conoscere nè posizioni nè kata, nè i basilari dei principi marziali. Ecco dove poi qualcuno si ravvede e casomai critica il karate. Non ultimo, quel personaggetto biondo ha criticato il karate dicendo d'aver perso tempo nel praticarlo, sposa appieno un atleta che del karate ha visto solo il colore della cintura ma che in sostanza ha creato il nulla. Cosa più grave, oltre a dissacrare un'arte centenaria, ha offeso il suo maestro di cui a tutt'oggi non è dato sapere il nome. Tre sono le cose: o un karateka molto sportivo; o un karateka farlocco; o un un maestro che forse non merita di essere chiamato tale se questo ha saputo insegnare. Dopo essermi troppo dilungato, esorto i veri maestri a diffondere, fare capire ai maestri sportivi di voler rivalutare e ritornare alle origini e, perché no, a sentirsi ancora allievi.
Potrei ancora dilungarmi ma credo d'aver reso l'idea in parte...e ricordate che cambiare la cintura nel karate non è solo un passaggio cronologico ma é il peso della cintura.
Il karate non è ginnastica, è un'arte marziale e come tale va studiata e trattata.
Preferito sempre un kimono sudato ma pieno d'insegnamento ad uno lindo che non sappia aiutare, oltre che in palestra, a gestire l'atleta nella vita e nelle mille peripezie che egli dovrà vivere. Pertanto vi ricordo che il cambio colore della cintura(FASCIA) non è solo un fatto cronologico, ma é IL PESO DELLA CINTURA

14/12/2022

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30/01/2022

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