20/05/2026
Alle prime ore del mattino del 20 maggio, i soldati coloniali italiani circondarono il convento copto di Debrà Libanòs. Entrarono nel monastero, separarono i religiosi dagli altri e prepararono quella che sarebbe diventata una delle più gravi stragi del colonialismo italiano. Per capire perché l’Italia continua ancora oggi a rimuovere la strage Debrà Libanòs, bisogna partire da lì.
Tra il 20 e il 29 maggio 1937, la repressione coloniale italiana colpì Debrà Libanòs, uno dei principali centri religiosi e culturali dell’Etiopia. Le truppe arrivarono prima della festa di San Tekle Haymanot, quando il monastero era pieno di monaci, studenti e pellegrini. I prigionieri furono radunati, separati e trasferiti in zone isolate, a Laga Wolde e poi a Engecha, dove centinaia di persone vennero fucilate a gruppi. La meticolosità della strage rivela il suo vero obiettivo: eliminare l’élite politica e religiosa etiope, cuore del Paese.
Come scrisse lo storico Del Boca: “Mai, nella storia dell’Africa, una comunità religiosa aveva subìto uno sterminio di tali proporzioni”. Sebbene le esecuzioni dichiarate da Rodolfo Graziani fossero 452, le stime più recenti indicano tra le 1.800 e le 2.200 vittime. Lo stesso Graziani rivendicò apertamente la repressione, definendola “titolo di giusto orgoglio” e affermando di aver applicato un provvedimento che “fece tremare le viscere di tutto il clero”, responsabile secondo gli italiani di aver dato riparo alla resistenza etiope.
Debrà Libanòs fu parte della più ampia ondata di violenza seguita all’attentato contro Graziani. Pochi mesi prima, tra il 19 e il 21 febbraio 1937, Addis Abeba era già stata colpita dalla furia fascista: case incendiate, civili uccisi nelle strade, arresti di massa ed esecuzioni sommarie. Una rappresaglia volta a terrorizzare la popolazione e riaffermare il dominio coloniale italiano.
Ancora oggi queste stragi restano quasi assenti dalla memoria pubblica italiana. Le scuse ufficiali per Debrà Libanòs sono state più volte annunciate, ma mai realmente compiute in un atto pubblico dello Stato. Nessun riconoscimento pieno, nessuna assunzione stabile di responsabilità, nessuna giornata nazionale dedicata alle vittime del colonialismo italiano.
Questa rimozione non è neutra. Ad Affile, nel Lazio, è stato costruito un monumento dedicato a Rodolfo Graziani, il viceré responsabile della repressione in Etiopia e simbolo della violenza coloniale fascista. Mentre le vittime di Debrà Libanòs e Addis Abeba non hanno ancora un riconoscimento nazionale, uno dei principali responsabili di quei crimini ha ricevuto spazio, fondi e legittimazione pubblica.
Ricordare Debrà Libanòs e Addis Abeba non è guardare al passato, è rompere il silenzio che ancora protegge i crimini coloniali: serve una Giornata nazionale in memoria delle vittime del colonialismo italiano.
Per questo il prossimo 26 maggio, insieme all’ANPI e ad realtà, saremo ad Affile per manifestare di fronte al mausoleo del criminale di guerra Graziani.
L’Italia riconosca le proprie responsabilità.