Festival del Verde e del Paesaggio

Festival del Verde e del Paesaggio La più grande manifestazione espositivo-culturale in Italia su verde in città e paesaggio urbano

Il Festival mette in luce un significato di paesaggio quale condizione stessa della nostra vivibilità nei luoghi e sul pianeta. Presenta un moderno modo di vivere urbano più sostenibile e attento a ciò che siamo e facciamo del mondo naturale. Riconosce la biofilia quale strumento per misurare il nostro “essere natura” e ragionare sul bisogno umano di trovare nel “vivente” il senso ultimo della propria esistenza.

Per gran parte della storia urbana moderna il terreno è stato qualcosa da nascondere.Lo abbiamo coperto di asfalto, ceme...
03/06/2026

Per gran parte della storia urbana moderna il terreno è stato qualcosa da nascondere.
Lo abbiamo coperto di asfalto, cemento, pavimentazioni. Abbiamo imparato a considerare ordinato ciò che era impermeabile e disordinato ciò che cresceva.
E per molto tempo questa è sembrata una buona idea.

Oggi città di tutto il mondo spendono milioni per fare il contrario: rimuovere superfici, lasciare entrare l’acqua, restituire spazio alle radici.
Gli urbanisti lo chiamano depaving, ma forse il suo successo racconta qualcosa che va oltre l’urbanistica.

Forse dopo un secolo passato ad allontanarci dal suolo, stiamo iniziando a sentire la mancanza della terra come risorsa ecologica, esperienza quotidiana, presenza, possibilità e limite.

E forse é anche per questo che nello stesso momento crescono orti urbani, rewilding, foreste urbane e una nuova attenzione per tutto ciò che sfugge al controllo.
Abbiamo finalmente capito che una città non è fatta solo di ciò che costruisce ma anche di ciò che lascia vivere?

Il depaving è solo una questione urbanistica o anche (e soprattutto) culturale?

Ogni società ha i suoi riti.Alcuni sono solenni e riconoscibili, altri così discreti da passare quasi inosservati, eppur...
01/06/2026

Ogni società ha i suoi riti.
Alcuni sono solenni e riconoscibili, altri così discreti da passare quasi inosservati, eppure vengono celebrati da milioni di persone nello stesso momento.
In Italia il ponte del 2 giugno assomiglia a uno di questi.

Segna il momento in cui si torna a vivere come se fosse già estate.
I balconi cambiano aspetto.
Le piazze si riempiono.
I parchi tornano a essere luoghi dove restare.
Il mare, la campagna e l’orizzonte smettono di essere un’idea lontana e tornano a occupare il centro dell’immaginario.

Per qualche giorno ri-abitiamo i paesaggi estivi.
Quelli domestici delle terrazze e delle finestre aperte.
Quelli urbani dei parchi e dei lungofiume.
Quelli desiderati delle vacanze.

Forse è questo il significato culturale del 2 giugno.
Più che l’inizio dell’estate, il momento in cui torniamo a riconoscere i suoi paesaggi come nostri.

Buona festa del 2 giugno e buon ritorno ai vostri paesaggi del cuore.

Il Chelsea Flower Show non parla mai davvero solo di giardini, piante e fiori, ma di ciò che una società decide di colti...
28/05/2026

Il Chelsea Flower Show non parla mai davvero solo di giardini, piante e fiori, ma di ciò che una società decide di coltivare.

Per decenni ha raccontato una natura ordinata, armonica, perfettamente controllata.
Il paesaggista Patrick Clarke invece introduce qualcosa di rarissimo: il diritto all’imperfezione.

Un giardino pensato a partire dalla vulnerabilità adolescenziale. Non dalla sua estetica ma dalla sua esperienza concreta.

Negli ultimi anni abbiamo imparato a raccontare il disagio giovanile soprattutto attraverso il linguaggio clinico:
ansia, depressione, dipendenza digitale, disturbi alimentari.

Ma questo giardino suggerisce qualcosa di più radicale:
la sofferenza adolescenziale non è soltanto psicologica ma può essere anche spaziale.

I ragazzi di oggi abitano ambienti che raramente concedono tregua: camere trasformate in set permanenti,
piattaforme social che chiedono una performance continua del sé, vite continuamente osservate, registrate, giudicate.

Esistono sempre meno luoghi dove poter essere opachi, silenziosi, indecifrabili.

Per entrare nel giardino bisogna rallentare e cambiare passo.

Le piante invadono il percorso.
I sentieri interrompono invece di accompagnare.
Nulla è perfettamente lineare o perfetto, come la vita del resto.

E forse è proprio questo il punto.

Il giardino non prova a correggere la fragilità. Non trasforma la vulnerabilità in motivazione, non chiede ai ragazzi di diventare migliori.

Costruisce piuttosto una tregua. Uno spazio dove potersi fermare senza essere continuamente performativi.
Dove la bellezza possa convivere con le spine e anche le crepe restino visibili.

Dopo Chelsea il giardino verrà trasferito in un centro giovanile del Bedfordshire.
Non resterà installazione, diventerà un luogo reale dove gli adolescenti possano smettere, anche solo per poco, di sentirsi un progetto da migliorare.



Gli impollinatori non arrivano solo dove c’è sole ma dove trovano il microclima e le piante giuste. Un balcone sahariano...
22/05/2026

Gli impollinatori non arrivano solo dove c’è sole ma dove trovano il microclima e le piante giuste. Un balcone sahariano attirerà specie adattate al caldo estremo e alla siccità.
Un settimo piano ventoso ospiterà insetti capaci di tollerare disidratazione e correnti forti.
Una mezz’ombra fresca richiamerà bombi, sirfidi e impollinatori da radura.

Non esiste un solo tipo di biodiversità urbana ma tante piccole ecologie quanti sono i balconi.
Per questo progettare per gli impollinatori non significa riempire vasi di “bee friendly plants”, ma capire luce, vento, umidità, substrato, temperatura. E scegliere specie che appartengano naturalmente a quel microclima.

Gli impollinatori leggono le città molto meglio di noi.
Sanno quali balconi diventano troppo caldi a luglio, dove il vento asciuga il terreno prima di mezzogiorno o l’umidità resta intrappolata dopo un temporale.

Noi continuiamo a parlare genericamente di “verde urbano”.
Api selvatiche, bombi e sirfidi invece vedono una geografia molto più precisa: microclimi, correnti d’aria, superfici roventi, ombra, acqua e fioriture discontinue.

Anche un piccolo balcone può diventare habitat oppure deserto. E le piante più utili raramente sono quelle più spettacolari, spesso sono quelle che resistono o continuano a fiorire quando il resto della città si è già arreso al caldo o che producono nettare dentro estati sempre più secche, minerali e impermeabili.

La biodiversità urbana raramente comincia da gesti eroici pouttosto da cose minuscole che possiamo fare tutti, ogni giorno.

Gi impollinatori urbani  non sembrano particolarmente esigenti. Continuano a usare città progettate quasi senza di loro....
16/05/2026

Gi impollinatori urbani non sembrano particolarmente esigenti. Continuano a usare città progettate quasi senza di loro.

Molto spesso basta un vaso, un balcone disordinato, una fioritura lasciata crescere qualche settimana in più, un bordo strada meno perfetto per dar loro una mano.

Il problema non è creare città spettacolari ma evitare che diventino ecologicamente interrompibili. Molti impollinatori attraversano la città come noi attraverseremmo un aeroporto infinito senza acqua, ombra o punti di sosta.

Eppure continuano a trovare habitat in posti che noi chiamiamo manutenzione mancata.

E se la biodiversità urbana non ricominciasse dai grandi progetti ma da piccole continuità quotidiane a cui tutti noi possiamo contribuire?

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L’età del terriccio.Forse il successo contemporaneo del giardinaggio  non riguarda davvero le piante ma il fatto che sem...
13/05/2026

L’età del terriccio.

Forse il successo contemporaneo del giardinaggio non riguarda davvero le piante ma il fatto che sempre più persone vivono con la sensazione di abitare un tempo sbagliato. Giorni troppo veloci, uguali, pieni di notifiche e pensieri che continuano a parlare anche quando tutto il resto si è fermato.

E allora ci si affeziona a cose che crescono lentamente come una talea in un bicchiere d’acqua, il basilico comprato al supermercato che sopravvive più del previsto.

Il giardinaggio non cura tutto ovviamente, ma ricorda al cervello che esiste ancora un altro tipo di tempo. Un tempo biologico fatto di luce, attesa, ricrescita, decadimento e stagioni che cambiano.

Negli ultimi anni neuroscienziati e psichiatri hanno iniziato a studiare seriamente gli effetti del giardinaggio sulla salute mentale. Riduzione del cortisolo, meno ruminazione mentale, più regolazione emotiva. La parte più interessante però è un’altra: le piante non pretendono una versione migliore di noi, chiedono solo acqua, luce e una forma minima di continuità.

E forse è anche per questo che siamo cosi tanti a coltivare con ostinazione qualcosa sui davanzali, nei balconi o negli angoli delle cucine.

Non per diventare persone nuove ma per restare in relazione con qualcosa di vivo. Anche quando quel qualcosa siamo noi.

Per anni abbiamo creduto che fossero solo gerani.Poi siamo cresciutee abbiamo iniziato ad annaffiarli anche noi.Buona fe...
10/05/2026

Per anni abbiamo creduto che fossero solo gerani.

Poi siamo cresciute
e abbiamo iniziato ad annaffiarli anche noi.

Buona festa della mamma🌸

Per anni abbiamo creduto che un prato rasato fosse una forma di educazione civile. Il verde corto, disciplinato, senza s...
04/05/2026

Per anni abbiamo creduto che un prato rasato fosse una forma di educazione civile. Il verde corto, disciplinato, senza sorprese, la natura tradotta in buone maniere.
L’erba alta invece apparteneva all’altra categoria, quella del trascurato, dimenticato, del “qui nessuno se ne occupa”, come se la vita spontanea avesse sempre qualcosa di sospetto.

Poi gli ecologi urbani hanno cominciato a osservare meglio e la domanda, a quel punto, è diventata “se il prato perfetto fosse in realtà un silenzio biologico?”

Da qui nasce il : lasciare riposare il tosaerba proprio nel mese in cui api, bombi e impollinatori cercano nutrimento nelle città ormai troppo pulite per offrire qualcosa da mangiare.

Nel Regno Unito è scomparso circa il 97% dei prati fioriti rispetto agli anni Trenta e anche in Italia il declino degli impollinatori non è più una metafora romantica ma un dato ecologico: secondo ISPRA quasi il 90% delle piante selvatiche da fiore continua a dipendere da loro.

Ma il punto forse non è soltanto botanico, perché No Mow May incrina un’estetica molto moderna: quella del controllo assoluto.
Il prato uniforme, la siepe geometrica, il verde ornamentale che non punge, non invade. Una natura ridotta a superficie decorativa bella da guardare, ma quasi impossibile da abitare.
E qui emerge qualcosa di profondamente culturale: abbiamo confuso l’ordine con la salute e forse la sterilità con la cura.

Eppure basta pochissimo per cambiare scena. Per un’ape tutto può essere una stazione di salvataggio nel mezzo di città sempre più levigate e sempre meno vive.

Forse dovremmo accettare che una città davvero sana non somigli mai fino in fondo ad una foto e che un po’ di disordine qualche volta, sia semplicemente la forma visibile della vita.

Riesci a riconoscere una pianta solo dal profumo? Oggi all’Orto Botanico di Padova per il Festival Risvegli. La festa de...
03/05/2026

Riesci a riconoscere una pianta solo dal profumo?

Oggi all’Orto Botanico di Padova per il Festival Risvegli. La festa dei fiori, con n “Verdure romane”: un workshop olfattivo e sensoriale tra erbe aromatiche, ortaggi, fiori, frutta e memorie del mondo antico romano.

Perché alcuni odori attraversano i secoli.


Abbiamo reso le città più verdi ma non necessariamente più vive.Abbiamo piantato alberi, aperto parchi, costruito tetti ...
24/04/2026

Abbiamo reso le città più verdi ma non necessariamente più vive.
Abbiamo piantato alberi, aperto parchi, costruito tetti verdi.
Interventi necessari dentro lo stesso schema: la natura come soluzione, la città come centro.

Il risultato?
Città più “sostenibili” sulla carta ma ancora incapaci di ospitare davvero la vita.
Nelle città resta solo una parte minima delle specie, le altre scompaiono, o si adattano fino a diventare invisibili.

Il punto non è aggiungere natura: è smettere di considerarla qualcosa da aggiungere.
Una città non è un contenitore, è un ecosistema e in un ecosistema non tutto è progettato per funzionare bene per noi.

Alcune città stanno iniziando a cambiare approccio: non più verde come decorazione o infrastruttura ma come condizione di coesistenza.
Roma in parte, lo è già, anche per porosità, margini, mancanza di controllo. E proprio per questo ancora troppo fragile.

Forse la domanda giusta quindi, non è come rendere le città più verdi, ma se siamo disposti a condividerle davvero con qualcuno.

Siamo pronti a vivere in città che non sono solo nostre?

Indirizzo

Auditorium Parco Della Musica, Viale Pietro De Coubertin 30
Rome
00196

Telefono

+390694844234

Sito Web

https://www.instagram.com/festivaldelverdeedelpaesaggio/

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