12/09/2026
TERAPIE “ALTERNATIVE” NEL CAVALLO: SI STANNO DIFFONDENDO PIÙ VELOCEMENTE DELLA SCIENZA? 🐎
Agopuntura, chiropratica, laser, TECAR, magnetoterapia, PEMF, fitoterapia, C*D…
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Negli ultimi anni queste metodiche sono diventate sempre più familiari nel mondo del cavallo. Alcune sono ormai entrate nella quotidianità della medicina sportiva e della riabilitazione, altre stanno crescendo rapidamente, altre ancora vengono utilizzate da molto tempo.
Ma quanto sappiamo realmente sulla loro efficacia?
E soprattutto: il fatto che una terapia sia molto utilizzata significa necessariamente che sia scientificamente dimostrata?
Come spesso accade in medicina, la risposta è meno semplice di un sì o di un no.
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UNA PREMESSA PERSONALE
Chi mi conosce sa che da molti anni mi occupo anche di terapie complementari e che guardo con interesse a tutto ciò che può ampliare le possibilità terapeutiche nella medicina del cavallo.
Proprio per questo ho voluto approfondire alcune delle metodiche che vediamo utilizzare sempre più frequentemente.
Non è mia intenzione stabilire una classifica tra terapie, né tantomeno contrapporle all’ozonoterapia, che rappresenta una parte importante della mia attività professionale. Al contrario, personalmente credo nel potenziale della medicina complementare, purché venga utilizzata con criterio, conoscendone possibilità e limiti.
Credo anche che l’esperienza clinica abbia un valore importante. Molte domande scientifiche nascono proprio dall’osservazione di ciò che accade nella pratica quotidiana.
Allo stesso tempo, quando vogliamo capire quanto una terapia sia realmente efficace, dobbiamo cercare di affiancare all’esperienza dati misurabili e studi controllati.
È con questo spirito, più curioso che giudicante, che ho cercato di capire cosa sappiamo oggi e cosa invece dobbiamo ancora approfondire.
NON SONO PIÙ TERAPIE DI NICCHIA
I numeri sono interessanti.
In uno studio condotto tra proprietari di cavalli, circa il 72% dichiarava di aver utilizzato almeno una forma di medicina complementare o alternativa. E oltre l’86% indicava proprio il veterinario come una delle principali fonti di informazione su queste terapie.
In un’indagine svedese, soltanto il 10-15% degli intervistati dichiarava di non utilizzare alcuna metodica complementare nella gestione o nella riabilitazione del cavallo.
Anche tra i veterinari la diffusione è notevole.
In un’indagine statunitense dedicata al trattamento del mal di schiena nel cavallo, considerando le risposte frequently e always, veniva riferito un utilizzo di circa:
chiropratica 58%
onde d’urto 57%
agopuntura 55%
laser 28%.
Quando si chiedeva quali metodiche venissero raccomandate nella riabilitazione, l’agopuntura arrivava all’82% e la chiropratica all’80%.
Numeri che fanno sorgere una prima domanda:
ha ancora senso chiamare tutte queste metodiche “alternative”?
Probabilmente, almeno per alcune, sarebbe ormai più corretto parlare di medicina complementare o integrata.
DIFFUSIONE ED EVIDENZA SCIENTIFICA NON SEMPRE PROCEDONO ALLA STESSA VELOCITÀ
🔹 Agopuntura
È una delle metodiche complementari più conosciute e utilizzate nel cavallo, soprattutto nella gestione del dolore, delle problematiche muscoloscheletriche e nella riabilitazione.
Esistono studi e un razionale neurofisiologico per alcuni dei suoi possibili effetti. Quando però si considera complessivamente la letteratura veterinaria, la qualità delle evidenze rimane variabile e non tutte le indicazioni per cui viene utilizzata dispongono dello stesso supporto scientifico.
Questo non significa affermare che “l’agopuntura non funziona”.
Significa riconoscere che sappiamo più cose su alcune applicazioni e molto meno su altre.
🔹 Chiropratica e terapie manuali
Sono molto diffuse, soprattutto nel cavallo sportivo.
Gli studi disponibili riportano risultati interessanti, ma sono ancora relativamente pochi e spesso caratterizzati da campioni ridotti e metodologie differenti.
È interessante confrontare questo dato con la notevole diffusione clinica della metodica.
Anche qui, quindi, l’esperienza pratica sembra essersi sviluppata più rapidamente della produzione di evidenze scientifiche solide.
🔹 Laser e fotobiomodulazione
Il laser è ormai presente in moltissime strutture veterinarie.
Il razionale biologico è interessante: determinate lunghezze d’onda possono influenzare processi cellulari coinvolti nell’infiammazione, nel dolore e nella riparazione tissutale.
Le revisioni della letteratura veterinaria mostrano però risultati non sempre concordanti e soprattutto protocolli estremamente differenti.
Ed è un aspetto fondamentale.
Dire semplicemente “abbiamo fatto il laser” significa relativamente poco se non conosciamo lunghezza d’onda, potenza, energia somministrata, superficie trattata e protocollo utilizzato.
Probabilmente una parte delle differenze tra i risultati degli studi nasce proprio dalla difficoltà di standardizzare questi parametri.
🔹 TECAR / radiofrequenza
È una delle metodiche che stanno attirando maggiore interesse negli ultimi anni.
Nel 2026 è stato pubblicato uno studio controllato su 20 Purosangue nel quale, dopo una singola applicazione, è stato osservato un aumento significativo della temperatura superficiale e una riduzione del tono muscolare del longissimus dorsi valutato alla palpazione.
È un risultato interessante.
Ma bisogna distinguere tra dimostrare un effetto fisiologico e dimostrare un beneficio clinico.
Un aumento della temperatura o una modificazione del tono muscolare non dimostrano automaticamente che la TECAR curi il mal di schiena o acceleri la guarigione di una lesione.
Sono però dati interessanti dai quali partire per studi clinici più ampi.
🔹 Magnetoterapia e PEMF
Campi elettromagnetici pulsati e magnetoterapia vengono utilizzati da anni e oggi troviamo coperte, fasce, stinchiere e numerosi dispositivi destinati anche direttamente ai proprietari.
La quantità e soprattutto la qualità delle evidenze cliniche disponibili sono però ancora inferiori a quanto la grande diffusione di questi dispositivi potrebbe far pensare.
Una revisione sistematica sulle elettroterapie in medicina veterinaria ha concluso che le prove disponibili non permettono ancora di sostenere con sicurezza specifici effetti clinici per determinate indicazioni nel cavallo.
È però importante non trasformare questa conclusione in qualcosa che non dice:
assenza di prove solide non equivale automaticamente a prova di inefficacia.
Significa che abbiamo bisogno di studi migliori.
🔹 C*D
È un esempio particolarmente interessante di una sostanza la cui diffusione commerciale è cresciuta rapidamente mentre la ricerca equina sta ancora cercando di definirne diversi aspetti fondamentali.
Negli ultimi anni sono comparsi prodotti ai quali vengono attribuiti possibili effetti sul dolore, sull’infiammazione, sul comportamento e sul recupero.
Gli studi nel cavallo stanno però ancora approfondendo assorbimento, farmacocinetica, distribuzione nei tessuti, sicurezza e dosaggio.
In uno studio il C*D è stato identificato anche nel liquido sinoviale dopo somministrazione orale.
È un dato interessante, ma trovare una sostanza nell’articolazione non significa automaticamente averne dimostrato l’efficacia terapeutica.
Nel cavallo atleta bisogna inoltre considerare attentamente le normative antidoping.
🔹 Fitoterapia
Forse qui il primo errore è parlare di “fitoterapia” come se fosse una singola terapia.
Boswellia, curcuma, arnica, artiglio del diavolo e molte altre sostanze hanno principi attivi, farmacologia, biodisponibilità e livelli di evidenza molto differenti.
Anche la definizione “naturale” può trarre in inganno.
Una sostanza naturale può essere farmacologicamente attiva. E proprio perché è attiva può produrre effetti, avere interazioni o controindicazioni e, nel cavallo sportivo, anche possibili implicazioni regolamentari.
Bisognerebbe quindi valutare la singola sostanza e la singola indicazione, non la fitoterapia nel suo complesso.
E LE ONDE D’URTO?
Le ho volutamente lasciate per ultime perché rappresentano forse uno degli esempi più interessanti.
Sono nate come tecnologia medica, sono state progressivamente introdotte nella medicina sportiva veterinaria e oggi molti veterinari equini difficilmente le considererebbero una vera terapia “alternativa”.
Vengono utilizzate in diverse problematiche tendinee, legamentose, inserzionali e muscoloscheletriche.
Eppure anche in questo caso le revisioni sistematiche sottolineano una qualità variabile degli studi disponibili e soprattutto il fatto che non tutte le indicazioni possiedono lo stesso livello di evidenza.
Questo ci insegna qualcosa di importante:
il confine tra medicina convenzionale e medicina alternativa non è immobile.
Una metodica può inizialmente essere considerata complementare, essere progressivamente studiata e standardizzata e infine trovare un proprio spazio nella medicina convenzionale.
Oppure può diventare molto popolare mentre la ricerca procede più lentamente.
QUINDI FUNZIONANO OPPURE NO?
Probabilmente questa è la domanda sbagliata.
Non possiamo mettere agopuntura, laser, chiropratica, TECAR, PEMF, C*D e fitoterapia nello stesso contenitore e decidere che “funzionano” oppure “non funzionano”.
Per ciascuna dovremmo piuttosto domandarci:
Per quale patologia?
Con quale protocollo?
Con quale dosaggio o intensità?
Rispetto a quale trattamento?
Con quale risultato misurabile?
E con quale livello di evidenza?
In fondo è esattamente quello che dovremmo fare con qualsiasi terapia.
IL PROBLEMA NON SONO LE MEDICINE ALTERNATIVE
Il rischio nasce quando confondiamo tre livelli differenti.
“Nella mia esperienza funziona.”
È un’osservazione clinica e può essere molto importante.
“Esiste un meccanismo attraverso il quale potrebbe funzionare.”
È plausibilità biologica.
“Studi controllati mostrano che funziona per quella determinata indicazione.”
È evidenza scientifica.
Sono tre informazioni diverse, che possono completarsi a vicenda.
Molte innovazioni della medicina sono nate dall’osservazione clinica prima ancora che fossimo in grado di dimostrarne o comprenderne completamente gli effetti.
Per questo credo sarebbe sbagliato respingere automaticamente una metodica soltanto perché nuova, complementare o ancora poco studiata.
Ma credo sarebbe altrettanto sbagliato considerarla definitivamente efficace soltanto perché la utilizziamo da molto tempo o perché nella nostra esperienza abbiamo ottenuto buoni risultati.
L’esperienza clinica conta. La plausibilità biologica conta. La ricerca scientifica conta. Ma ci raccontano aspetti diversi della stessa storia.
Personalmente continuo a guardare con grande interesse alle medicine complementari. Credo che alcune abbiano già trovato un loro spazio nella medicina del cavallo e che altre possano trovarlo in futuro.
La strada, secondo me, non è scegliere se essere “favorevoli” o “contrari”, ma studiare meglio queste metodiche, standardizzare i protocolli e cercare di misurarne gli effetti nel modo più oggettivo possibile.
Perché alla fine la domanda più utile non è:
“È una terapia alternativa?”
ma:
“In questo cavallo, per questo problema, può realmente essere utile?”
E forse è proprio questa la domanda che dovremmo farci davanti a qualsiasi terapia.
DR ETTORE BALLARDINI DVM
BIBLIOGRAFIA
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