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TERAPIE “ALTERNATIVE” NEL CAVALLO: SI STANNO DIFFONDENDO PIÙ VELOCEMENTE DELLA SCIENZA? 🐎Agopuntura, chiropratica, laser...
12/09/2026

TERAPIE “ALTERNATIVE” NEL CAVALLO: SI STANNO DIFFONDENDO PIÙ VELOCEMENTE DELLA SCIENZA? 🐎

Agopuntura, chiropratica, laser, TECAR, magnetoterapia, PEMF, fitoterapia, C*D…

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Negli ultimi anni queste metodiche sono diventate sempre più familiari nel mondo del cavallo. Alcune sono ormai entrate nella quotidianità della medicina sportiva e della riabilitazione, altre stanno crescendo rapidamente, altre ancora vengono utilizzate da molto tempo.

Ma quanto sappiamo realmente sulla loro efficacia?

E soprattutto: il fatto che una terapia sia molto utilizzata significa necessariamente che sia scientificamente dimostrata?

Come spesso accade in medicina, la risposta è meno semplice di un sì o di un no.

Condividete se pensate che possa essere utile ad altre persone

UNA PREMESSA PERSONALE

Chi mi conosce sa che da molti anni mi occupo anche di terapie complementari e che guardo con interesse a tutto ciò che può ampliare le possibilità terapeutiche nella medicina del cavallo.

Proprio per questo ho voluto approfondire alcune delle metodiche che vediamo utilizzare sempre più frequentemente.

Non è mia intenzione stabilire una classifica tra terapie, né tantomeno contrapporle all’ozonoterapia, che rappresenta una parte importante della mia attività professionale. Al contrario, personalmente credo nel potenziale della medicina complementare, purché venga utilizzata con criterio, conoscendone possibilità e limiti.

Credo anche che l’esperienza clinica abbia un valore importante. Molte domande scientifiche nascono proprio dall’osservazione di ciò che accade nella pratica quotidiana.

Allo stesso tempo, quando vogliamo capire quanto una terapia sia realmente efficace, dobbiamo cercare di affiancare all’esperienza dati misurabili e studi controllati.

È con questo spirito, più curioso che giudicante, che ho cercato di capire cosa sappiamo oggi e cosa invece dobbiamo ancora approfondire.

NON SONO PIÙ TERAPIE DI NICCHIA

I numeri sono interessanti.

In uno studio condotto tra proprietari di cavalli, circa il 72% dichiarava di aver utilizzato almeno una forma di medicina complementare o alternativa. E oltre l’86% indicava proprio il veterinario come una delle principali fonti di informazione su queste terapie.

In un’indagine svedese, soltanto il 10-15% degli intervistati dichiarava di non utilizzare alcuna metodica complementare nella gestione o nella riabilitazione del cavallo.

Anche tra i veterinari la diffusione è notevole.

In un’indagine statunitense dedicata al trattamento del mal di schiena nel cavallo, considerando le risposte frequently e always, veniva riferito un utilizzo di circa:

chiropratica 58%
onde d’urto 57%
agopuntura 55%
laser 28%.

Quando si chiedeva quali metodiche venissero raccomandate nella riabilitazione, l’agopuntura arrivava all’82% e la chiropratica all’80%.

Numeri che fanno sorgere una prima domanda:

ha ancora senso chiamare tutte queste metodiche “alternative”?

Probabilmente, almeno per alcune, sarebbe ormai più corretto parlare di medicina complementare o integrata.

DIFFUSIONE ED EVIDENZA SCIENTIFICA NON SEMPRE PROCEDONO ALLA STESSA VELOCITÀ

🔹 Agopuntura

È una delle metodiche complementari più conosciute e utilizzate nel cavallo, soprattutto nella gestione del dolore, delle problematiche muscoloscheletriche e nella riabilitazione.

Esistono studi e un razionale neurofisiologico per alcuni dei suoi possibili effetti. Quando però si considera complessivamente la letteratura veterinaria, la qualità delle evidenze rimane variabile e non tutte le indicazioni per cui viene utilizzata dispongono dello stesso supporto scientifico.

Questo non significa affermare che “l’agopuntura non funziona”.

Significa riconoscere che sappiamo più cose su alcune applicazioni e molto meno su altre.

🔹 Chiropratica e terapie manuali

Sono molto diffuse, soprattutto nel cavallo sportivo.

Gli studi disponibili riportano risultati interessanti, ma sono ancora relativamente pochi e spesso caratterizzati da campioni ridotti e metodologie differenti.

È interessante confrontare questo dato con la notevole diffusione clinica della metodica.

Anche qui, quindi, l’esperienza pratica sembra essersi sviluppata più rapidamente della produzione di evidenze scientifiche solide.

🔹 Laser e fotobiomodulazione

Il laser è ormai presente in moltissime strutture veterinarie.

Il razionale biologico è interessante: determinate lunghezze d’onda possono influenzare processi cellulari coinvolti nell’infiammazione, nel dolore e nella riparazione tissutale.

Le revisioni della letteratura veterinaria mostrano però risultati non sempre concordanti e soprattutto protocolli estremamente differenti.

Ed è un aspetto fondamentale.

Dire semplicemente “abbiamo fatto il laser” significa relativamente poco se non conosciamo lunghezza d’onda, potenza, energia somministrata, superficie trattata e protocollo utilizzato.

Probabilmente una parte delle differenze tra i risultati degli studi nasce proprio dalla difficoltà di standardizzare questi parametri.

🔹 TECAR / radiofrequenza

È una delle metodiche che stanno attirando maggiore interesse negli ultimi anni.

Nel 2026 è stato pubblicato uno studio controllato su 20 Purosangue nel quale, dopo una singola applicazione, è stato osservato un aumento significativo della temperatura superficiale e una riduzione del tono muscolare del longissimus dorsi valutato alla palpazione.

È un risultato interessante.

Ma bisogna distinguere tra dimostrare un effetto fisiologico e dimostrare un beneficio clinico.

Un aumento della temperatura o una modificazione del tono muscolare non dimostrano automaticamente che la TECAR curi il mal di schiena o acceleri la guarigione di una lesione.

Sono però dati interessanti dai quali partire per studi clinici più ampi.

🔹 Magnetoterapia e PEMF

Campi elettromagnetici pulsati e magnetoterapia vengono utilizzati da anni e oggi troviamo coperte, fasce, stinchiere e numerosi dispositivi destinati anche direttamente ai proprietari.

La quantità e soprattutto la qualità delle evidenze cliniche disponibili sono però ancora inferiori a quanto la grande diffusione di questi dispositivi potrebbe far pensare.

Una revisione sistematica sulle elettroterapie in medicina veterinaria ha concluso che le prove disponibili non permettono ancora di sostenere con sicurezza specifici effetti clinici per determinate indicazioni nel cavallo.

È però importante non trasformare questa conclusione in qualcosa che non dice:

assenza di prove solide non equivale automaticamente a prova di inefficacia.

Significa che abbiamo bisogno di studi migliori.

🔹 C*D

È un esempio particolarmente interessante di una sostanza la cui diffusione commerciale è cresciuta rapidamente mentre la ricerca equina sta ancora cercando di definirne diversi aspetti fondamentali.

Negli ultimi anni sono comparsi prodotti ai quali vengono attribuiti possibili effetti sul dolore, sull’infiammazione, sul comportamento e sul recupero.

Gli studi nel cavallo stanno però ancora approfondendo assorbimento, farmacocinetica, distribuzione nei tessuti, sicurezza e dosaggio.

In uno studio il C*D è stato identificato anche nel liquido sinoviale dopo somministrazione orale.

È un dato interessante, ma trovare una sostanza nell’articolazione non significa automaticamente averne dimostrato l’efficacia terapeutica.

Nel cavallo atleta bisogna inoltre considerare attentamente le normative antidoping.

🔹 Fitoterapia

Forse qui il primo errore è parlare di “fitoterapia” come se fosse una singola terapia.

Boswellia, curcuma, arnica, artiglio del diavolo e molte altre sostanze hanno principi attivi, farmacologia, biodisponibilità e livelli di evidenza molto differenti.

Anche la definizione “naturale” può trarre in inganno.

Una sostanza naturale può essere farmacologicamente attiva. E proprio perché è attiva può produrre effetti, avere interazioni o controindicazioni e, nel cavallo sportivo, anche possibili implicazioni regolamentari.

Bisognerebbe quindi valutare la singola sostanza e la singola indicazione, non la fitoterapia nel suo complesso.

E LE ONDE D’URTO?

Le ho volutamente lasciate per ultime perché rappresentano forse uno degli esempi più interessanti.

Sono nate come tecnologia medica, sono state progressivamente introdotte nella medicina sportiva veterinaria e oggi molti veterinari equini difficilmente le considererebbero una vera terapia “alternativa”.

Vengono utilizzate in diverse problematiche tendinee, legamentose, inserzionali e muscoloscheletriche.

Eppure anche in questo caso le revisioni sistematiche sottolineano una qualità variabile degli studi disponibili e soprattutto il fatto che non tutte le indicazioni possiedono lo stesso livello di evidenza.

Questo ci insegna qualcosa di importante:

il confine tra medicina convenzionale e medicina alternativa non è immobile.

Una metodica può inizialmente essere considerata complementare, essere progressivamente studiata e standardizzata e infine trovare un proprio spazio nella medicina convenzionale.

Oppure può diventare molto popolare mentre la ricerca procede più lentamente.

QUINDI FUNZIONANO OPPURE NO?

Probabilmente questa è la domanda sbagliata.

Non possiamo mettere agopuntura, laser, chiropratica, TECAR, PEMF, C*D e fitoterapia nello stesso contenitore e decidere che “funzionano” oppure “non funzionano”.

Per ciascuna dovremmo piuttosto domandarci:

Per quale patologia?
Con quale protocollo?
Con quale dosaggio o intensità?
Rispetto a quale trattamento?
Con quale risultato misurabile?
E con quale livello di evidenza?

In fondo è esattamente quello che dovremmo fare con qualsiasi terapia.

IL PROBLEMA NON SONO LE MEDICINE ALTERNATIVE

Il rischio nasce quando confondiamo tre livelli differenti.

“Nella mia esperienza funziona.”
È un’osservazione clinica e può essere molto importante.

“Esiste un meccanismo attraverso il quale potrebbe funzionare.”
È plausibilità biologica.

“Studi controllati mostrano che funziona per quella determinata indicazione.”
È evidenza scientifica.

Sono tre informazioni diverse, che possono completarsi a vicenda.

Molte innovazioni della medicina sono nate dall’osservazione clinica prima ancora che fossimo in grado di dimostrarne o comprenderne completamente gli effetti.

Per questo credo sarebbe sbagliato respingere automaticamente una metodica soltanto perché nuova, complementare o ancora poco studiata.

Ma credo sarebbe altrettanto sbagliato considerarla definitivamente efficace soltanto perché la utilizziamo da molto tempo o perché nella nostra esperienza abbiamo ottenuto buoni risultati.

L’esperienza clinica conta. La plausibilità biologica conta. La ricerca scientifica conta. Ma ci raccontano aspetti diversi della stessa storia.

Personalmente continuo a guardare con grande interesse alle medicine complementari. Credo che alcune abbiano già trovato un loro spazio nella medicina del cavallo e che altre possano trovarlo in futuro.

La strada, secondo me, non è scegliere se essere “favorevoli” o “contrari”, ma studiare meglio queste metodiche, standardizzare i protocolli e cercare di misurarne gli effetti nel modo più oggettivo possibile.

Perché alla fine la domanda più utile non è:

“È una terapia alternativa?”

ma:

“In questo cavallo, per questo problema, può realmente essere utile?”

E forse è proprio questa la domanda che dovremmo farci davanti a qualsiasi terapia.

DR ETTORE BALLARDINI DVM

BIBLIOGRAFIA

1. Keller P, Sundrum A. Horse owners’ attitudes towards and motivators for using complementary and alternative veterinary medicine. Veterinary Record, 2021.
2. Gilberg K, Bergh A, Sternberg-Lewerin S. A Questionnaire Study on the Use of Complementary and Alternative Veterinary Medicine for Horses in Sweden. Animals, 2021;11:3113.
3. Wilson JM et al. International Survey Regarding the Use of Rehabilitation Modalities in Horses. Frontiers in Veterinary Science, 2018;5:120.
4. Two Multicenter Surveys on Equine Back-Pain 10 Years Apart. Frontiers in Veterinary Science, 2018.
5. Survey of equine veterinarians regarding primary equine back pain in the United States. Frontiers in Veterinary Science, 2023.
6. Boström A et al. A Systematic Literature Review of Complementary and Alternative Veterinary Medicine: Laser Therapy. Animals, 2023;13:667.
7. A Systematic Review of Complementary and Alternative Veterinary Medicine in Sport and Companion Animals: Electrotherapy. Animals, 2023.
8. Yocom AF, O’Fallon ES, Gustafson DL, Contino EK. Pharmacokinetics, Safety, and Synovial Fluid Concentrations of Single- and Multiple-Dose Oral Administration of 1 and 3 mg/kg Cannabidiol in Horses. Journal of Equine Veterinary Science, 2022;113:103933.
9. Systematic Review of Complementary and Alternative Veterinary Medicine in Sport and Companion Animals: Extracorporeal Shockwave Therapy. Animals, 2022;12:3124.

POMATE NATURALI NEL CAVALLO: FUNZIONANO DAVVERO?Arnica, Boswellia, Artiglio del Diavolo e altri rimedi: cosa dice la sci...
05/09/2026

POMATE NATURALI NEL CAVALLO: FUNZIONANO DAVVERO?

Arnica, Boswellia, Artiglio del Diavolo e altri rimedi: cosa dice la scienza

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Nelle scuderie vengono utilizzati da decenni gel, creme, lozioni e impacchi con l’obiettivo di ridurre dolore, gonfiore e infiammazione dopo il lavoro o in presenza di problemi muscolari, tendinei e articolari.

Alcuni sono rimedi tradizionali, altri sono entrati in formulazioni moderne sempre più elaborate.

Ma la domanda è semplice:

funzionano davvero? E soprattutto, una sostanza che possiede proprietà antinfiammatorie riesce, una volta spalmata sulla cute, ad arrivare dove dovrebbe agire?

MA UNA POMATA ARRIVA DAVVERO DOVE SERVE?

Questo è probabilmente il punto più importante.

Che una sostanza abbia dimostrato proprietà antinfiammatorie in laboratorio o dopo somministrazione orale non significa che produca lo stesso effetto applicata sulla cute.

Deve essere assorbita e raggiungere il tessuto interessato in quantità sufficienti. Contano concentrazione, formulazione, veicolo e caratteristiche della molecola.

Nel cavallo sappiamo che questo è possibile: formulazioni specifiche di alcuni farmaci antinfiammatori applicati localmente hanno mostrato effetti clinici. Ma proprio questi studi dimostrano quanto sia importante non soltanto cosa mettiamo sulla cute, ma anche come è formulato.

Per molti estratti vegetali presenti nelle comuni pomate equine, invece, questi dati sono molto più scarsi.

ARNICA

Probabilmente è la regina delle pomate da scuderia.

L’Arnica montana contiene sostanze biologicamente attive, in particolare lattoni sesquiterpenici, con un razionale antinfiammatorio interessante.

Esistono studi sull’uomo che suggeriscono effetti delle formulazioni topiche, ma la letteratura clinica specificamente equina è molto più povera rispetto alla diffusione dell’Arnica nelle nostre scuderie.

Manca soprattutto una dimostrazione convincente che una comune crema all’Arnica raggiunga tendini, legamenti o articolazioni del cavallo in concentrazioni terapeutiche.

In pratica: razionale interessante e lunghissima esperienza d’uso, ma poche prove cliniche equine per l’applicazione topica.

ARTIGLIO DEL DIAVOLO

Harpagophytum procumbens è molto utilizzato anche nel cavallo e il suo componente più conosciuto è l’arpagoside.

Le sue proprietà biologiche sono interessanti e abbiamo dati sulla somministrazione orale nel cavallo.

Il passaggio alla pomata, però, non è automatico.

Per uso topico equino abbiamo molti meno dati sulla penetrazione cutanea e soprattutto sulla quantità di principio attivo che può raggiungere strutture profonde.

In pratica: buon razionale biologico, ma evidenza specifica sull’efficacia topica nel cavallo ancora limitata.

BOSWELLIA

Anche Boswellia serrata compare sempre più frequentemente nei prodotti destinati all’apparato locomotore.

Gli acidi boswellici possiedono proprietà antinfiammatorie biologicamente interessanti e la Boswellia è stata studiata soprattutto per somministrazione sistemica.

Ma per l’applicazione sulla cute equina torniamo al problema precedente: non sappiamo con sufficiente certezza quanta sostanza attraversi la cute e raggiunga i tessuti profondi.

Non significa che non funzioni.

Significa che le prove disponibili non consentono ancora di affermarlo con sicurezza.

In pratica: sostanza promettente, ma prove cliniche equine topiche insufficienti.

MENTOLO

Con il mentolo cambiamo leggermente categoria.

Agisce su recettori termosensibili, in particolare TRPM8, producendo la caratteristica sensazione di fresco e modificando la percezione sensoriale.

Questo può contribuire a un effetto analgesico locale.

Attenzione però a un equivoco molto comune:

sentire freddo non significa necessariamente aver raffreddato profondamente il tendine.

Un gel al mentolo e la crioterapia non sono quindi la stessa cosa.

In pratica: effetto sensoriale e analgesico plausibile, ma non va confuso con un vero raffreddamento dei tessuti profondi.

CANFORA

Altro ingrediente storico dei linimenti.

La canfora produce effetti sensoriali locali ed è utilizzata come contro-irritante e rubefacente. Spesso viene associata a mentolo, estratti vegetali e salicilati.

Il beneficio percepito dopo l’applicazione e il massaggio può quindi essere reale.

Ma ridurre temporaneamente la sensazione di dolore o rigidità non equivale necessariamente a ridurre il processo infiammatorio che l’ha provocata.

In pratica: utile soprattutto per gli effetti locali e sensoriali; molto più difficile attribuirle un’azione terapeutica sui tessuti profondi.

CAPSAICINA: UN CASO DIVERSO

La capsaicina, derivata dal peperoncino, è particolarmente interessante perché qui disponiamo anche di dati sperimentali nel cavallo.

Agisce sui recettori TRPV1 e può modificare la trasmissione dello stimolo doloroso.

In uno studio equino, l’applicazione topica in corrispondenza dei nervi digitali palmari ha prodotto una riduzione misurabile della zoppia e del dolore per alcune ore.

Questo però dimostra soprattutto un effetto analgesico, non la guarigione della causa della zoppia.

E nel cavallo sportivo la capsaicina pone anche problemi regolamentari e antidoping.

In pratica: effetto analgesico documentabile, ma non è una terapia della lesione e richiede particolare attenzione nelle competizioni.

METIL-SALICILATO

Il metil-salicilato merita attenzione perché compare in numerosi linimenti, spesso insieme a mentolo e canfora.

È una sostanza farmacologicamente attiva e può essere assorbita attraverso la cute.

Questo ci porta a una considerazione interessante.

Se una pomata contiene contemporaneamente Arnica, Artiglio del Diavolo, mentolo, canfora e metil-salicilato e il cavallo sembra stare meglio dopo l’applicazione, attribuire automaticamente il risultato all’Arnica è impossibile.

Potrebbero contribuire diversi ingredienti, il veicolo utilizzato e anche il massaggio.

In pratica: componente farmacologicamente attivo che non dovrebbe essere considerato semplicemente un ingrediente “naturale” della pomata.

OLI ESSENZIALI

Eucalipto e numerosi altri oli essenziali vengono frequentemente aggiunti alle preparazioni topiche.

Molti mostrano attività biologiche interessanti in laboratorio, ma ancora una volta un risultato in vitro non dimostra che l’applicazione sull’arto del cavallo abbia un effetto antinfiammatorio clinicamente significativo.

Inoltre, concentrazioni elevate possono provocare irritazione o sensibilizzazione cutanea.

In pratica: possibili effetti locali interessanti, ma attenzione a non trasformare dati sperimentali in efficacia clinica dimostrata.

E L’ARGILLA?

Argilla dopo il lavoro, sui tendini, sotto fascia. Un classico delle scuderie.

Può contribuire alla dispersione del calore quando viene applicata umida, soprattutto grazie all’acqua e all’evaporazione.

Molto meno scientifica è l’idea tradizionale che possa “tirare fuori l’infiammazione” dai tessuti.

Se l’obiettivo è realmente abbassare la temperatura di un tendine, la crioterapia dispone di basi sperimentali equine decisamente più solide: il raffreddamento applicato esternamente può diminuire significativamente anche la temperatura interna del tendine flessore superficiale.

In pratica: argilla utile soprattutto come impacco fresco; se vogliamo una vera crioterapia, acqua fredda e ghiaccio hanno prove decisamente più solide.

QUINDI LE POMATE SERVONO?

Sì, ma bisogna capire per fare cosa.

Possono avere effetti analgesici, rinfrescanti, riscaldanti, rubefacenti o contribuire al comfort locale. Anche il massaggio associato all’applicazione può avere un ruolo.

Quello che non possiamo fare è trasformare automaticamente ogni miglioramento percepito in una dimostrazione di azione antinfiammatoria sui tessuti profondi.

E soprattutto una pomata non dovrebbe diventare il sistema per continuare ad allenare un cavallo senza aver capito perché un tendine è caldo, un’articolazione è gonfia o compare dolore.

COSA GUARDARE SULL’ETICHETTA?

Non fermiamoci alla fotografia della pianta sul barattolo.

Sarebbe utile conoscere principi attivi, concentrazioni, standardizzazione degli estratti e formulazione.

Scrivere semplicemente “con Arnica, Boswellia e Artiglio del Diavolo” dice relativamente poco se non sappiamo quanto ce n’è e in quale forma.

E per il cavallo sportivo rimane un’ultima regola importante:

naturale non significa automaticamente consentito in competizione.

Prima di utilizzare un prodotto nei giorni precedenti una gara è opportuno controllarne tutti gli ingredienti e verificare il regolamento della propria disciplina.

IN CONCLUSIONE

Arnica, Boswellia, Artiglio del Diavolo e gli altri rimedi topici non sono necessariamente inutili.

Ma nemmeno diventano automaticamente antinfiammatori efficaci semplicemente perché provengono da una pianta.

Per alcune sostanze abbiamo un buon razionale biologico. Per altre effetti analgesici o sensoriali documentabili. Per molte, invece, le prove dell’efficacia clinica topica nel cavallo sono ancora sorprendentemente limitate.

La domanda quindi non dovrebbe essere:

“Qual è la migliore pomata naturale?”

ma:

“Cosa voglio ottenere applicandola e il principio attivo può realmente arrivare dove serve?”

E voi, quale gel, pomata o vecchio rimedio utilizzate abitualmente sui vostri cavalli e con quali risultati?

Dr Ettore Ballardini DVM

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

* Lynn RC et al. Double-blinded placebo-controlled clinical field trial to evaluate the safety and efficacy of topically applied 1% diclofenac liposomal cream for the relief of lameness in horses. Veterinary Therapeutics, 2004.
* Frisbie DD et al. Evaluation of topically administered diclofenac liposomal cream for treatment of horses with experimentally induced osteoarthritis. American Journal of Veterinary Research, 2009.
* Seino KK et al. Effects of topical perineural capsaicin in a reversible model of equine foot lameness. Journal of Veterinary Internal Medicine, 2003.
* Petrov R et al. Influence of topically applied cold treatment on core temperature and cell viability in equine superficial digital flexor tendons. American Journal of Veterinary Research, 2003.
* Haussler KK et al. Contrast therapy: Tissue heating and cooling properties within the equine distal limb. Equine Veterinary Journal, 2021.
* van Eps AW, Orsini JA. Prolonged, continuous distal limb cryotherapy in the horse. Equine Veterinary Journal, 2004.

TERAPIE INTRA-ARTICOLARI NEL CAVALLO: COSA FUNZIONA DAVVERO?CONDIVIDETE SE POTETEQualche anno fa avevo già affrontato il...
29/08/2026

TERAPIE INTRA-ARTICOLARI NEL CAVALLO: COSA FUNZIONA DAVVERO?

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Qualche anno fa avevo già affrontato il tema delle nuove terapie per l’osteoartrosi equina.

Nel frattempo le possibilità terapeutiche sono aumentate, sono stati pubblicati nuovi studi e alcune procedure inizialmente considerate molto promettenti hanno mostrato risultati più complessi del previsto.

Questo argomento meritava quindi un aggiornamento.

Oggi possiamo utilizzare corticosteroidi, acido ialuronico, PRP, siero autologo condizionato, soluzioni proteiche autologhe, cellule mesenchimali, idrogel di poliacrilammide, alfa-2-macroglobulina, ozonoterapia e, più recentemente, si parla anche di esosomi e secretoma.

La domanda è inevitabile:

Qual è la terapia intra-articolare migliore?

La risposta è meno semplice: non esiste un prodotto migliore in assoluto. Esiste il trattamento più adatto a quella specifica articolazione, in quel cavallo e in quella fase della malattia.

E soprattutto:

ridurre dolore e sinovite non significa necessariamente rigenerare la cartilagine o arrestare l’osteoartrosi.

NON TUTTE LE ARTICOLAZIONI DOLORANTI SONO UGUALI

Prima di scegliere cosa infiltrare bisogna capire cosa stiamo realmente trattando.

Una sinovite iniziale, una lesione cartilaginea, una sofferenza dell’osso subcondrale e un’osteoartrosi avanzata sono condizioni differenti.

Il miglioramento della zoppia dopo un trattamento non dimostra automaticamente che la malattia articolare sia stata arrestata.

CORTICOSTEROIDI: EFFICACI, MA NON INNOCUI

I corticosteroidi intra-articolari rimangono tra i trattamenti più utilizzati per controllare rapidamente dolore e infiammazione.

Triamcinolone, metilprednisolone e betametasone hanno caratteristiche differenti e non dovrebbero essere considerati intercambiabili.

Il beneficio è prevalentemente antinfiammatorio e sintomatico. Dose, frequenza e molecola utilizzata sono importanti perché un impiego inappropriato può avere conseguenze negative sui tessuti articolari.

Particolare prudenza è inoltre necessaria nei cavalli con problemi metabolici, insulino-resistenza o precedente laminite.

Il cortisone quindi non deve essere demonizzato, ma nemmeno utilizzato come una sorta di “manutenzione periodica” dell’articolazione.

ACIDO IALURONICO

L’acido ialuronico può migliorare la viscosità del liquido sinoviale, la lubrificazione e l’ambiente biologico articolare.

Può essere utilizzato da solo o associato a corticosteroidi.

Non tutti i preparati sono però equivalenti: peso molecolare, concentrazione e caratteristiche fisiche possono essere differenti.

È particolarmente interessante nelle articolazioni con sinovite e alterazione del liquido sinoviale, ma non può ricostruire una cartilagine gravemente danneggiata.

PRP: NON ESISTE UN SOLO PRP

Il PRP contiene piastrine e numerose molecole bioattive potenzialmente capaci di modulare infiammazione e riparazione.

Il problema è che sotto la stessa sigla troviamo preparazioni molto diverse per concentrazione piastrinica, presenza di leucociti e globuli rossi, metodo di preparazione e attivazione.

Gli studi sono complessivamente promettenti, ma molto eterogenei.

Dire semplicemente “abbiamo fatto il PRP” significa quindi poco.

Bisognerebbe chiedersi: quale PRP, in quale articolazione e con quale obiettivo?

ACS E APS: UTILIZZARE IL SANGUE DEL CAVALLO

Il siero autologo condizionato (ACS) viene ottenuto dal sangue cercando di aumentare alcune proteine antinfiammatorie, in particolare quelle capaci di contrastare l’attività dell’interleuchina-1.

La soluzione proteica autologa (APS) concentra invece piastrine, leucociti e diverse proteine con potenziale attività antinfiammatoria.

Entrambe rappresentano interessanti strategie biologiche, soprattutto nelle sinoviti e nelle forme iniziali o moderate di osteoartrosi.

Ma “autologo” significa semplicemente che deriva dal paziente: non significa automaticamente efficace o superiore agli altri trattamenti.

CELLULE MESENCHIMALI

Le cosiddette “cellule staminali” hanno generato enormi aspettative.

Oggi sappiamo che probabilmente il loro effetto più interessante non deriva dalla trasformazione diretta in nuova cartilagine, ma dalle molecole che rilasciano e dalla loro capacità di modulare infiammazione e risposta immunitaria.

Esistono però preparazioni molto differenti e i risultati clinici non sono sempre prevedibili.

Per questo parlare genericamente di “cellule staminali che rigenerano la cartilagine” è una semplificazione che la letteratura attuale non giustifica.

IDROGEL DI POLIACRILAMMIDE

Gli idrogel sono materiali sintetici biocompatibili e scarsamente degradabili.

Non sono farmaci antinfiammatori tradizionali né prodotti biologici. Il loro effetto sembra essere legato all’interazione con la sinovia e alla modifica dell’ambiente articolare.

Alcuni studi sulle formulazioni al 2,5% hanno riportato miglioramenti anche prolungati della zoppia. Per le formulazioni al 4%, studi sperimentali recenti hanno fornito dati interessanti sulla sicurezza articolare.

Possono rappresentare un’opzione nelle osteoartrosi croniche o poco responsive alle terapie tradizionali, ma sicurezza ed efficacia non sono la stessa cosa, né è stata dimostrata una superiorità universale rispetto agli altri trattamenti.

ALFA-2-MACROGLOBULINA

È una proteina plasmatica capace di inattivare alcune proteasi coinvolte nella degradazione della matrice articolare.

Il razionale biologico è interessante, ma nel cavallo le evidenze cliniche sono ancora limitate.

Indicazioni, dosaggio, numero di infiltrazioni e durata del beneficio devono essere meglio definiti.

Per ora può essere considerata promettente, ma non ancora consolidata.

OZONOTERAPIA INTRA-ARTICOLARE

L’ozonoterapia intra-articolare non agisce semplicemente “ossigenando la cartilagine”.

Il principio è quello di indurre uno stimolo ossidativo controllato capace di influenzare sistemi antiossidanti, mediatori dell’infiammazione e risposta cellulare.

Nella pratica clinica può trovare spazio nelle sinoviti, nelle osteoartrosi iniziali o moderate, nelle articolazioni già trattate con risultati incompleti e all’interno di protocolli multimodali.

L’esperienza clinica può essere favorevole, ma la letteratura equina rimane meno ampia rispetto a quella disponibile per corticosteroidi, acido ialuronico e alcuni ortobiologici.

Sono necessari studi che standardizzino concentrazione, volume e numero di trattamenti e che valutino oggettivamente zoppia, biomarcatori sinoviali e risultati a lungo termine.

Anche l’ozono, quindi, non deve essere presentato come una sostanza capace di ricostruire automaticamente una cartilagine gravemente danneggiata.

ESOSOMI E SECRETOMA: IL FUTURO?

Gli esosomi sono piccole vescicole rilasciate dalle cellule contenenti proteine, lipidi, RNA e altre molecole biologicamente attive.

L’idea è interessante: ottenere parte degli effetti delle cellule mesenchimali senza dover somministrare cellule vive.

Gli studi sperimentali sono promettenti, ma mancano ancora protocolli uniformi, dosaggi definiti e sufficienti studi clinici controllati nel cavallo.

Interessanti? Sicuramente. Terapia consolidata? Non ancora.

QUINDI, COSA SCEGLIERE?

La scelta dovrebbe considerare diagnosi, sede e gravità della lesione, stato della cartilagine e dell’osso subcondrale, età e carriera del cavallo, trattamenti precedenti, rischio metabolico, regolamenti antidoping, costi e prognosi sportiva.

Nessuna terapia dovrebbe essere scelta semplicemente perché è la più nuova, la più costosa o quella di moda in quel momento.

CONCLUSIONI

Corticosteroidi e acido ialuronico rimangono le terapie con maggiore esperienza clinica alle spalle.

PRP, ACS, APS, cellule mesenchimali, idrogel, ozonoterapia e alfa-2-macroglobulina offrono approcci differenti e interessanti, ma con livelli di evidenza non equivalenti.

Esosomi e secretoma rappresentano invece una prospettiva futura ancora da definire.

La domanda quindi non dovrebbe essere:

“Qual è il prodotto più moderno?”

ma:

“Quale problema stiamo trattando e quali prove abbiamo che questa terapia sia adatta a quel problema?”

Ridurre dolore e infiammazione è importante. Migliorare la funzione articolare è importante.

Ma una risposta clinica favorevole non equivale necessariamente a rigenerazione della cartilagine.

La vera medicina non consiste nell’infiltrare il prodotto più moderno, ma nel formulare una diagnosi corretta, scegliere una terapia proporzionata e verificare nel tempo se il beneficio ottenuto sia reale, duraturo e clinicamente utile.

E nella vostra esperienza, quale di queste terapie ha dato i risultati più interessanti?

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

Bensa A. et al. Intra-articular corticosteroids for the treatment of osteoarthritis: systematic review and meta-analysis. 2024.
Nedergaard A. et al. Evidence of the clinical effect of commonly used intra-articular treatments in horses with osteoarthritis: a systematic review. 2024.
McClure S.R. et al. Serial injections of 4% polyacrylamide hydrogel have no detrimental effects in equine joints. AJVR, 2024.
Contentin R. et al. Bone marrow mesenchymal stromal cell secretome increases equine articular cartilage functionality markers and cell migration. 2022.
McIlwraith C.W. et al. Joint Disease in the Horse. Elsevier.

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