05/09/2026
Sì, ma alla fine, 𝐝𝐢 𝐜𝐡𝐢 𝐬𝐨𝐧𝐨 𝐢 𝐧𝐨𝐬𝐭𝐫𝐢 𝐠𝐢𝐨𝐫𝐧𝐢?
Quando abbiamo cominciato a pensare al FARM 2026 ci siamo chiesti prima di tutto perché avesse ancora senso fare il festival.
In Puglia gli eventi sono tantissimi e continuare semplicemente ad aggiungere concerti a un calendario già molto pieno non ci sembrava una ragione sufficiente. Negli anni FARM è diventato anche un modo per ragionare sul presente usando gli strumenti che abbiamo a disposizione: la musica prima di tutto, poi i luoghi, le parole, il cibo, l’incontro tra persone e le forme diverse che può assumere un evento culturale.
Quest’anno siamo partiti dalla 𝐑𝐄𝐒𝐏𝐎𝐍𝐒𝐀𝐁𝐈𝐋𝐈𝐓𝐀’.
Ci interessava il tempo che dedichiamo alle cose, il modo in cui lavoriamo, le conseguenze delle nostre scelte, il rapporto con i luoghi, l’attenzione che concediamo a ciò che abbiamo davanti. E ci interessava farlo senza immaginare che un festival dovesse spiegare a qualcuno come vivere, comportarsi o essere una persona migliore.
Poi FARM è cominciato e quella parola ha inevitabilmente iniziato a riguardare anche noi.
Se chiedi fiducia al pubblico per una serata di cui non conosce gli artisti, quella fiducia comporta una responsabilità. Se utilizzi un bosco per uno spettacolo, importa il modo in cui decidi di entrarci. Se lavori in una città profondamente trasformata dal turismo, importa quale immagine scegli di aggiungere alle migliaia che già circolano. Se coinvolgi artisti, tecnici, collaboratori e istituzioni, ogni decisione finisce per incidere sul lavoro e sul tempo di qualcun altro.
Anche l’economia fa parte di questo discorso.
FARM 2026 ha generato un risultato economico positivo e ne siamo contenti. Per noi la qualità culturale di un progetto comprende anche la possibilità di far durare il lavoro e il luogo che lo rendono possibile.
Una parte di quel risultato servirà a riconoscere meglio il contributo di alcune persone che hanno reso possibile questa edizione. Un’altra contribuirà alla continuità dell’Ex Macello nei prossimi mesi.
Il festival dura pochi giorni. L’Ex Macello deve continuare ad aprire anche quando FARM è finito, pagare lavoro e utenze, affrontare imprevisti, ospitare attività e trovare le risorse per immaginare ciò che ancora non esiste.
Negli ultimi anni abbiamo capito sempre meglio che la sostenibilità di un progetto culturale non può essere misurata soltanto dalla possibilità di ripeterlo l’anno successivo. Conta anche ciò che riesce a lasciare alle strutture, alle persone e al territorio che lo hanno reso possibile.
Quest’anno una delle cose che ci ha dato più fiducia è arrivata da alcuni ragazzi e ragazze molto giovani che si sono avvicinati al FARM per aiutarci e hanno cominciato presto a interessarsi anche al resto: come nasce un programma, perché si sceglie una cosa invece di un’altra, come si produce un concerto, cosa succede quando qualcosa va storto, come si tiene insieme economicamente e organizzativamente un progetto.
Molte delle cose che sappiamo le abbiamo imparate esattamente così. Qualcuno, prima di noi, ci ha permesso di guardare, fare domande, sbagliare e assumere progressivamente responsabilità più grandi.
Ci piacerebbe riuscire a fare lo stesso. Senza consegnare a nessuno un metodo da seguire, perché sarebbe abbastanza triste pensare che tra dieci anni un festival debba essere costruito come lo costruiamo noi oggi. Se qualcosa vale la pena di essere trasmesso, dovrebbe esserci anche la libertà di cambiarlo.
Naturalmente questa edizione ci ha mostrato anche parecchie cose da correggere.
Alcuni formati li rifaremmo domani, altri hanno bisogno di essere ripensati. Alcuni processi organizzativi hanno funzionato bene, altri hanno mostrato limiti evidenti. Dobbiamo imparare a distribuire meglio lavoro, competenze e responsabilità. E dobbiamo continuare a chiederci se le parole che utilizziamo per raccontarci corrispondano poi al modo in cui lavoriamo.
Negli ultimi anni cura, comunità, sostenibilità, presenza sono diventate parole molto frequenti nella cultura e nei festival. Sono parole a cui teniamo. Proprio per questo preferiamo che non diventino certificati con cui dichiararci dalla parte giusta.
Se scegliamo una parola come responsabilità, deve poter creare qualche problema anche a noi.
Se FARM pone una domanda al pubblico, ai luoghi o al proprio tempo, deve accettare che quella domanda possa tornare indietro. Altrimenti resta soltanto un buon titolo su un manifesto.
Non sappiamo se un festival possa cambiare granché. Probabilmente no.
Può però scegliere come stare nel proprio tempo, quali questioni rendere visibili, quali persone mettere in relazione, come utilizzare le risorse che riceve e cosa provare a lasciare quando l’evento è finito.
Per noi, oggi, è ancora una ragione sufficiente per continuare a farlo.
E dopo un’estate passata a chiedercelo, una risposta provvisoria ce la portiamo dietro.
𝐃𝐢 𝐜𝐡𝐢 𝐬𝐨𝐧𝐨 𝐢 𝐧𝐨𝐬𝐭𝐫𝐢 𝐠𝐢𝐨𝐫𝐧𝐢?
Forse, alla fine, 𝐬𝐨𝐧𝐨 𝐝𝐢 𝐜𝐡𝐢 𝐝𝐞𝐜𝐢𝐝𝐞 𝐝𝐢 𝐩𝐫𝐞𝐧𝐝𝐞𝐫𝐬𝐞𝐧𝐞 𝐜𝐮𝐫𝐚.