Insegnare con la Nuova Intelligenza Artificiale Didattica

Insegnare con la Nuova Intelligenza Artificiale Didattica per superare in classe
il nozionismo bisogna usare il metodo scientifico trans-intelligente,dialetti

LA DIDATTICA COMPUTAZIONALE DIGITALE
per insegnare ad imparare scientificamente,
applicando il metodo scientifico computazionale alle discipline:
per trasformare le discipline in modelli scientifici computazionali,in ITM,
in progetti di software intelligenti:
insegnare a studiare algoritmicamente
per problemi e teorie,
a fare l'ingegneria epistemologica delle materie. insegnare ad apprendere assistiti
da un Sistema Esperto Didattico Transdiscplinare

12/03/2026

Per realizzare
LA SECONDA ALFABETIZZAZIONE,
PER FORMARE IL LAVORATORE EPISTEMOLOGICO E DIGITALE
NELLA FASE DEL CAPITALISMO AI,
DELLA TECNOLOGIA DELL'INTELLIGENZA (dalla testa piena alla testa ben fatta),
NOI OFFRIAMO I SEGUENTI OPERAZIONALIZZATORI,ORDINATORI IPOTETICODEDUTTIVI
PER UNA ESPERTIZZAZIONE DELLA CULTURA,
PER UNA OPERAZIONALIZZAZIONE DELLA CULTURA SCIENTIFICA (Bridgman),
PER TRASFORMARE LA CULTURA IN MODELLI SCIENTIFICI COMPUTAZIONALI,
IN PROGETTI DI SOFTWARE TRANSINTELLIGENTI DIALETTICI,DA TRADURRE POI IN SOFTWARE TRANSINTELLIGENTI E DIALETTICI.
NOI METTIAMO A DISPOSIZIONE DELLA SCUOLA I SEGUENTI LINGUAGGI DI PTOGETTO:
GLI ALGORITMI DI PROCESSO TRANSINTELLIGENTI E DIALETTTICI
PER ASSISTERE I DOCENTI AD ALLENARE I DISCENTI AD ESSERE INGEGNERI EPISTEMOLOGICI E PER TRASFORMARE I CHATBOTS IN AGENTI AI,
IN MODELLIZZATORI IPOTETICO-DUTTIVI,
PER TRASFORMARE I TESTI MODULARI
IN IPERMEDI
IN SISTEMI ESPERTI PROFESSIONALI:
1. Per operazionalizzare l'applicazione
del metodo scientifico all'apprendimento,come richiesto da Dewey per una Scuola attiva,
una computazione dell'intelligenza e dell'apprendimento,un obbiettivo dell'
INTELLIGENZA ARTIFICIALE ALLA SUA NASCITA NEL 1956,
e come richiesto dalle Indicazioni Nazionali
per la Scuola dell'obbligo dal 1979 e da quelli del 2026,
PER IMPARARE AD IMPARARE A LEGGERE,ASCOLTARE,PARLARE E SCRIVERE,
OSSIA PER LA COMPRENSIONE E GENERAZIONE DEI TESTI,SIA DA PARTE DEI DISCENTI CHE DEI CHATBOTS,
PER UN NATURAL LANGUAGE PROCESSING IPOTETICODEDUTTIVI,
METTIAMO A DISPOSIZIONE
UN LINGUAGGIO DI PROGETTO PER TRASFORMARE I TESTI MODULARI IN
PROGETTI DI SOFTWARE INTELLIGENTI,
METTTIAMO A DISPOSIZIONE DELLA SCUOLA DELLA RICERCA
UN META-SISTEMA ESPERTO PER L'ELABORAZIONE DEI TESTI,
PER LA SOLUZIONE DEI PROBLEMI TRANSINTELLIGENTE
(via azione socio-politica ed emotiva
e via pensiero naturalistico e tecnologico)
DIALETTICA,COMPUTAZIONALE,MULTIMEDIALE,ERMENEUTICA,PARALLELA,
TRANSDISCIPLINARE E DIGITALE

imparare ad imparare

05/02/2026

Lev Tolstoj, il celebre autore di Guerra e pace e Anna Karenina, è ricordato come un genio letterario e un pensatore profondo. Tuttavia, la sua vita familiare fu segnata da conflitti e tragedie, specialmente con il suo figlio maggiore, Sergej Tolstoj. Tolstoj aveva un rapporto tormentato con la moglie, Sof'ja Andreevna, e i suoi figli. Invecchiando, la sua ossessione per la vita ascetica e le sue idee filosofiche lo portarono a rifiutare la ricchezza e la proprietà privata, il che mise in crisi la sua famiglia. Sof'ja, disperata per il futuro dei suoi figli, lottava per mantenere l'eredità familiare, mentre Tolstoj insisteva nel rinunciare a tutto. Sergej, il figlio maggiore, soffrì particolarmente per questa tensione. Sebbene cercasse di seguire il cammino del padre, non riuscì a guadagnarsi il suo amore e la sua approvazione. Tolstoj lo vedeva come troppo attaccato alla vita materiale e lo considerava una delusione. Il rapporto tra i due si raffreddò fino a diventare praticamente inesistente. Il conflitto familiare esplose quando Tolstoj, ormai anziano e malato, decise di fuggire da casa sua nel 1910. In un atto di disperazione e stanchezza, lasciò la moglie e i figli, intraprendendo un viaggio in treno senza meta fissa. Morì poco dopo in una piccola stazione ferroviaria, solo e circondato da estranei, senza riconciliarsi con la sua famiglia. Sergej rimase devastato. Trascorse il resto della sua vita tormentato dal rifiuto del padre e dalla sua incapacità di averlo compreso o aiutato. Sebbene cercasse di mantenere vivo l'eredità di Tolstoj, non riuscì mai a superare la ferita emotiva che gli lasciò l'indifferenza dell'uomo che il mondo ammirava, ma che a lui lo aveva allontanato.

30/01/2026

"L'82% DEGLI EBREI È CON NETANYAHU"

Stephen Kapos. Parte II

Il trauma enorme di sua cugina - 12 anni - chiusa ad Auscwitz.

Era impiegata nello smistamento delle cataste di beni personali di cui gli ebrei venivano spogliati prima di essere avviati alle camere a gas fino a trovare cio' che rimaneva dei suoi genitori, i loro abiti.
Un trauma devastante fece di lei una razzista.

Un racconto che spacca il cuore, ma il suo ammonimento riguarda il collegamento al presente, ad un tabu' che spetta a noi abbattere, perché Olocausto e genocidio palestinese sono perfettamente simili.

Kapos:
"Poi mi sono ritrovato ad Haifa, permeata di razzismo, mi ritrovo con ciò che rimaneva della mia famiglia in Israele e scopro che il loro pensiero è stato completamente riformato dalla propaganda.
Francamente mi risulta incomprensibile che chi ha subito tali crimini sia così impegnato a diffondere certa propaganda, che chi ha vissuto tale crimine sfociato in un olocausto abbia creato tale tabu' che vieta di paragonarlo al genocidio odierno, e rinnegano, negano che stanno compiendo un genocidio mentre per contro dichiarano pubblicamente il loro progetto.
Spezziamo questo tabu'."

A questo punto parte un video pubblico di Smootrich in cui dichiara che non daranno ne' acqua ne' cibo, nulla entrerà nella Striscia per raggiungere l' obbiettivo.

"Se noi testimoniamo ciò che sta accadendo quotidianamente ai civili palestinesi sterminati, senza accondiscendere, protestare, senza voltarci dall' altra parte, dobbiamo resistere ed opporci alla rinascita del regime fascista e porci nella parte giusta della storia. Netanyahu un criminale di guerra sta impersonando il fascismo di ritorno.
Non illudiamoci che sia facile perché non è solo Netanyahu e la sua cerchia, sfortunatamente anche l' 82% degli israeliani la pensa in questo modo."

ALL' UNIVERSITÀ DI HEBRON HANNO AFFERMATO CHE NON ESISTONO INNOCENTI A GAZA.

"Questa narrazione deve essere del tutto smantellata con lo stato sionista ed il movimento sionista.
Dobbiamo resistere alla progressione per fasi attraverso il voto di questo fascismo.
Guardate come sta progredendo in USA in Germania, il divieto di protestare e le forze dell' Ordine sono pericolosamente coinvolte per ristabilire l' ordine con violenza convergente.
La sorveglianza ed il supporto ai movimenti proPal è fondamentale, il mio è un messaggio per ciò che sta per ve**re.
Stanno limitando velocemente le libertà di parola e di espressione reprimendo le proteste in più paesi.

Jeremy Corbyn e McDonnell sono al mio fianco su questo ed in prima linea, loro ed io siamo stati fermati dalla Polizia e interrogati sul fatto che sosteniamo i movimenti pro Palestina.

È grave da dire ma è il tempo di resistere alla narrazione imposta con tutti i rischi che essa comporta attraverso le associazioni perché l' indifferenza ora è un genere di colpevolezza.
Nella mia esperienza dell' Olocausto persone molto coraggiose a proprio rischio e pericolo resistono, devono resistere al Male di oggi.
Certo i rischi sono enormi , e vi porto ad esempio un amico di quei tempi, Emil Wiesmaier, possedeva una stamperia, non era ebreo, ma era contro ciò che stava accadendo.
Di notte stampava documenti falsi per salvare e far fuggire gli ebrei, lo avessero preso lo avrebbero subito ucciso.
Dobbiamo assumerci il rischio, non devi essere per forza un eroe ma devi prenderti il rischio che magari danneggia il tuo lavoro, la tua qualifica, e farlo su larga scala.
Ed i media che oscurano, che minimizzano ciò che sta accadendo a Gaza, hanno un ruolo grave in tutto questo , ecco perché è fondamentale essenziale supportare le piattaforme che fanno informazione vera come Double Down News"

Traduzione a cura di Renata Girardi

19/01/2026

Le dissero che le donne non costruivano città.
Lei ne costruì una.

Nella San Francisco di fine Ottocento, il mondo era diviso con precisione chirurgica: le donne potevano insegnare, prendersi cura degli altri, occuparsi dell’estetica. Ma progettare edifici, plasmare lo skyline, dare forma alle città… quello era “lavoro da uomini”.

Julia Morgan non p***e tempo a discutere quelle regole.
Semplicemente non le obbedì.

A diciott’anni entrò all’Università di Berkeley per studiare ingegneria civile. In aule gremite di uomini, era spesso l’unica donna presente. Nessuno si aspettava che arrivasse in fondo. Invece si laureò nel 1894, unica donna del suo corso.

Un professore, intuendone il talento, la spinse oltre: le consigliò di tentare l’accesso all’École des Beaux-Arts di Parigi, la scuola di architettura più prestigiosa al mondo.

C’era però un dettaglio.
Non avevano mai ammesso una donna.

Julia partì comunque.
Nel 1897, dopo molte pressioni, alle donne fu finalmente concesso di sostenere l’esame d’ingresso. Julia si classificò 42ª su 376 candidati. Solo i primi 30 venivano ammessi. Ritentò. Ancora fuori. I punteggi sembravano manipolati. Il messaggio era chiaro: “Non sei la benvenuta”.

Alla terza prova si classificò 13ª su 392. Non potevano più fermarla.
Fu la prima donna ammessa al corso di architettura dell’École des Beaux-Arts.
E anche la prima a laurearsi, nel 1902, un mese prima del suo trentesimo compleanno.

Tornata in California, lavorò per uno studio. Il suo capo ne lodò il genio, ma disse che non poteva pagarla “quasi nulla, perché era una donna”.

Julia non protestò.
Risparmiò. Attese.

Nel 1904 aprì il suo studio. Prima donna architetto con licenza in California.

Due anni dopo, San Francisco fu devastata da un terremoto, seguito da incendi. La città crollò. Ma al Mills College, un campanile di 22 metri, progettato da Julia con una tecnica all’epoca rivoluzionaria – il cemento armato – restò in piedi.

Quel dettaglio cambiò tutto.

Gli incarichi iniziarono ad arrivare. Ricostruì l’iconico Hotel Fairmont in meno di un anno. Progettò oltre 30 centri YWCA, creando luoghi sicuri per le donne, in un’epoca in cui quasi nulla era pensato per loro.

E poi il progetto più ambizioso: Hearst Castle. Una tenuta di 165 stanze, alla quale lavorò per 28 anni, controllando ogni dettaglio.

Quando si ritirò nel 1951, aveva progettato oltre 700 edifici.
Molti sono ancora lì. Vivi. Usati. Parte del tessuto urbano di intere città.

Morì nel 1957, a 85 anni. Per decenni, nessuno la nominò.
Nel 1988, una biografia risvegliò la memoria del suo nome.

Nel 2014, 57 anni dopo la sua morte, le fu conferita la Medaglia d’Oro dell’Istituto Americano degli Architetti.
Fu la prima donna nella storia a riceverla.

Julia Morgan non ha solo sfidato le regole.
Le ha ignorate.
Ha ascoltato i “no”, ma non li ha mai creduti.

Mentre il mondo si chiedeva se una donna fosse capace di costruire città,
lei lo stava già facendo.

18/01/2026

“Avevo notato che c’era qualcosa nell’aria, perché durante le riprese dell’ultima scena, quella in cui i ragazzi salgono sui banchi per salutare il professore, uno dei camionisti della troupe, uno pieno di tatuaggi, persino sulle palpebre, si era messo a piangere come un vitello.
L’attimo fuggente è un film che tocca dentro.
Parla della passione, della creatività, di tutte quelle cose a cui la gente aspira ma che raramente riesce a realizzare”.

Robin Williams

17/01/2026

“Sono rari gli uomini che scelgono donne profonde al proprio fianco, perché quelle superficiali e, perlopiù, concentrate sull'apparenza, danno meno problemi e sono più facilmente gestibili.
Una donna profonda, invece, cerca dialoghi costruttivi e confronti, vuole e crea intimità, ha consapevolezza di sé e conosce i propri limiti e le proprie forze. Una donna profonda detesta la superficialità, la volgarità. Non vuole piacere a tutti, non si accontenta ma cerca, sa che il suo valore non risiede nell'aspetto ma nella tenacia del cuore.
Le donne profonde sono come uragani. Non si fermano davanti a nulla. Ridono e piangono senza vergognarsi e se ne hanno voglia si siedono per terra o camminano scalze come se fosse la cosa più normale del mondo. Non hanno paura delle sfide per trovare ciò che hanno nel cuore, né di soffrire per inseguire i loro ideali. Non cercano nella coppia un leader da seguire, né un figlio da salvare. Ma un compagno con il quale camminare.
Le donne, tutte le donne, devono sempre ricordarsi chi sono e di cosa sono capaci. Non devono temere di mostrarsi intelligenti, di rimanere sospese sulle stelle, di notte, appoggiate al balcone del cielo! Essere donna è così affascinante. È un’avventura che richiede coraggio, una sfida che non annoia mai.”
Oriana Fallaci

17/01/2026

Igino Piva

Nato a Schio (Vicenza) il 19 febbraio 1902, deceduto a Schio il 17 gennaio 1981, operaio.
"Romero", "Quinto", "Ferruccio", "Battista": la quantità dei nomi di copertura usati da Igino Piva in tanti anni di battaglie, già dice del suo impegno nella lotta in difesa dei lavoratori, contro il fascismo e per la libertà. Dipendente del Lanificio Rossi e, durante la Prima guerra mondiale, del Genio militare, Piva aveva aderito giovanissimo al PSI. Se ne era staccato nella primavera del 1921, per fondare, con altri compagni scledensi, la locale Sezione del PCdI. Tra le file degli "Arditi rossi" si era scontrato per mesi con gli squadristi vicentini sino a che, nel 1923, per non essere ucciso dai fascisti, aveva risolto di emigrare in Brasile. A Rio de Janeiro, Piva aveva finito per organizzare un sindacato di marittimi e quando era passato in Argentina e in Uruguay non aveva trascurato di prendere parte attiva alle lotte dei lavoratori locali. Il rimpatrio coatto e il conseguente regime di vigilato speciale a Schio, non durò a lungo: nel 1936 Igino Piva emigrò in Jugoslavia e, di lì, passò in Spagna con le Brigate Internazionali. La battaglia di Guadalajara e quella per la difesa di Madrid lo vedono tra i protagonisti finché Piva, ferito, non ripara in Francia, dove è internato nei campi di Argelè-sur-Mer e di Gurs. Quando la polizia francese, nel 1940, lo consegna a quella italiana, Piva è confinato a Ventotene. Dovrebbe starci per cinque anni, ma grazie alla caduta di Mussolini, nell'agosto del 1943 è a Schio e, subito dopo l'8 settembre, è già attivo sulle montagne scledensi con la piccola formazione partigiana chiamata "Gruppo del Festaro". Il gruppo si disperde presto per una rastrellamento, ma Piva non si smentisce: dà un importate contributo alla costituzione delle Divisioni Garibaldi "Garemi", nelle quali è, di volta in volta, capo di stato maggiore e comandante di battaglione. Nel giugno del '44 partecipa a Sant'Antonio (frazione di Valli del Pasubio), alla riunione di comandanti e commissari partigiani, che decide l'intero assetto delle forze della Resistenza nella zona. Un mese dopo, per disposizione del PCI, eccolo nel Padovano come organizzatore di GAP e poi come comandante del 2° battaglione della Brigata Garibaldi "F. Cantucci". Nel gennaio del 1945, Igino Piva si sposta nel Novarese e in Valle Strona si aggrega al comando della 15ª Brigata "Rocco" della II Divisione Garibaldi "Redi". Sfuggito al rastrellamento del 31 gennaio 1945, ripara ad Avola ed è nominato commissario politico della ricostituita 119ª Brigata "Castaldi". Un mese dopo i repubblichini lo catturano e lo incarcerano a Baveno. Forse non sanno chi hanno imprigionato, fatto è che, il 25 aprile 1945, Piva è liberato e torna a Schio. Qui, due mesi dopo la Liberazione, è incolpato di aver avallato quello che ancora oggi va sotto il nome di "eccidio di Schio" (54 fascisti in attesa di processo, eliminati sommariamente in carcere, alla notizia della morte nei lager nazisti di molti cittadini scledensi deportati dai nazifascisti). Piva ripara prima a Trieste, poi in Jugoslavia, quindi in Ungheria, in Cecoslovacchia (dove lavorerà come operaio) e a Cuba. Potrà tornare in Italia, per amnistia, nel 1974 e a Schio riprenderà l'attività politica nella locale Sezione comunista. Vivrà poveramente, con un vitalizio, e morirà, quasi ottantenne, nell'Ospedale civile di Schio.

Indirizzo

Tel82999
Naples
37148

Telefono

+393714882999

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