28/10/2024
Leggete quest'articolo e inorridite con me.
Quando chiesi a Teresa Manes e al marito l'autorizzazione a intitolare il premio per la scuola ad Andrea Spezzacatena, era perché anche io portavo addosso la stessa cicatrice di quel dolore. Anche a me faceva paura andare a scuola, perseguitato da parole che sembravano leggere – “frocio,” “ricchione” – parole lanciate come pietre, che restavano, scolpite sotto pelle come un fuoco che b
Poi venne un altro tormento: l'innamoramento per quel compagno di classe cis, etero e, a suo modo, crudele. Sapevo già – o forse credevo di sapere – come sarebbe andata: solo odio e disprezzo, e questo era tutto ciò che il mondo attorno a me mi faceva credere possibile. E così, mentre i miei compagni studiavano, io cercavo solo di sopravvivere. Ce l'ho fatta, ma altri no. Altri quattro, in quegli anni, si tolsero la vita, e sentivamo dire “Ben gli sta, ma a che servire vivere così?” Quei dolori, ogni giorno, si sommavano ai miei, crescendo, e quando diventai più forte, seppur con un passo incerto, mi promisi di alleviare il peso del dolore.
Offrii loro una spalla, sì, ma non era solo questo. Era uno spazio, un luogo dove si poteva celebrare quella vita, trasformare quel dolore in qualcosa che parlasse di più, che facesse memoria. E oggi mi scuso, perché, insieme agli altri della ROSA Saponetta, avremmo dovuto fare di più, meglio, insistere senza sosta.
Oggi mi impegno, e invito Arisa a Napoli, per incontrare le scuole e costruire un evento in cui a nessuno sia concesso lo spazio dell'insulto e dell'offesa. E mentre lo faccio, ricordo che anche io, nei miei momenti di paura e debolezza, sono stato carnefice. Ho lanciato quelle stesse parole per paura, mi sono fatto piccolo dietro la cattiveria e me ne vergogno ancora.
A te, Andrea, il mio più caro ricordo. Dedico a te e alla tua memoria questo cammino che chiamerò Resilienza Rosa .
Ho visto anche io il film di Margherita Ferri
"Il ragazzo dai pantaloni rosa".
All'inizio, come sempre alle prime, una voce stentorea ci ha presentato con la luce che li illuminava uno a uno il produttore, la regista, gli attori e le attrici, presenti in sala.
Tra le grida dei fan.
Poi è partita la proiezione.
È difficile descrivere ciò che ho provato.
Tutti sapevamo come sarebbe andato a finire quel film: Andrea Spezzacatena, il protagonista, si uccide. Nella vita reale.
Il giorno dopo il suo 15simo compleanno.
Si ammazza travolto dall'odio dei suoi coetanei, che lo colpisce sia a scuola che sui social.
Eppure durante la visione quel finale non lo percepisci come una minaccia che incombe: sale, poco a poco. Non ti sorprende ma ti accompagna in un inferno di normalità che ogni secondo ti fa pensare: oddio, e se accadesse a mio figlio. Se anche lui avesse subito in silenzio senza raccontarci niente.
Neppure quella lavatrice sbagliata che consegna alla sceneggiatura quel pantalone rosa ti fa aprire gli occhi fino in fondo sull'epilogo.
Sai che arriva, lo hai letto mille volte, eppure fino all'ultimo speri che la storia di quel ragazzino così splendente e delicato, così pieno di vita, giri diversamente. Che qualcosa lo salvi.
Non è così.
E quando sei alle battute finali cominci a sentire che in sala c'è un rumore di fondo: c'è chi piange, chi tira su col naso.
(Io ho gli occhi lucidi anche ora che lo scrivo).
Poi, prima dei titoli di coda, succede l'irreparabile: sullo schermo gigante scorrono le immagini di Andrea quello vero, quello che non c'è più.
È a quel punto, quando già piangevamo tutti, che si sono riaccese le luci.
Ed è a quel punto che abbiamo visto gli attori e le attrici girarsi tutti di spalle ed applaudire insieme a noi una specie di fagotto.
C'é una donna in sala, rimasta anonima fino a quel momento.
È minuta, non sta semplicemente seduta ma piegata su se stessa, si tiene le mani sul viso, come chiusa in un guscio, e piange a dirotto.
La sua schiena è scossa dal pianto, sulla poltrona rossa del cinema.
Pensare che durante la proiezione con le scuole Teresa Manes abbia dovuto sentire ancora una volta le risa e gli schiamazzi di altri adolescenti che proseguivano ad insultare suo figlio, dodici anni dopo la sua morte, mi fa orrore.
Orrore.