28/12/2025
Agostino, Aldo, Antenore, Ettore, Ferdinando, Gelindo e Ovidio.
Così si chiamavano i sette fratelli Cervi.
Avevano in comune diverse cose: il cognome, il forte legame familiare, le radici contadine, ma soprattutto un ideale: un forte spirito antifascista.
Uno spirito che li spinse a trasformare la loro casa in un rifugio sicuro per partigiani, prigionieri politici, stranieri perseguitati e chiunque rifiutasse di arruolarsi nell’esercito di Salò.
Lo fecero per anni e anni. Fino a quando, nella notte tra il 24 e il 25 novembre, un gruppo di fascisti circondò la loro casa e li arrestò, uno dopo l’altro. Anche il padre, Alcide, che decise di non abbandonarli, venne portato via.
Condotti nel carcere politico dei Servi, a Reggio Emilia, il 28 dicembre 1943 furono fucilati tutti e sette.
L’unico a salvarsi fu proprio Alcide, che riuscì a fuggire grazie a un bombardamento degli Alleati.
Quando seppe della morte dei figli, decise di onorarli continuando a resistere. In quella stessa casa, in quel rifugio, offrì riparo a chi, come loro, lottava per un’Italia libera dal nazifascismo.
“Mi hanno detto spesso: tu sei una quercia che ha cresciuto sette rami, e quei rami sono stati falciati, ma la quercia non è morta. È un’immagine bella, e qualche volta piango… ma guardate il seme, perché la quercia morirà e non servirà nemmeno per il fuoco. Se volete capire la mia famiglia, guardate il seme. Il nostro seme è l’ideale nella testa dell’uomo,” raccontava Alcide.
Per sempre antifascisti.