Liri Blues Festival

Liri Blues Festival . Uno dei più importanti Festival Blues d'Europa. L. J. ENGLISH VERSION

One of the most important Blues Festivals in Europe.

Nato nel 1988 ad Isola del Liri (FR) città gemellata con New Orleans, il Festival ha raggiunto il suo trentacinquesimo compleanno mantenendo intatto il suo fascino; solo buona musica in meravigliose location. Hanno suonato negli anni:

Buddy Guy, Dr. John, Canned Heat, John Mayall, Jimmy Smith, Willy DeVille, Richard Thompson, Danny Thompson, Bo Diddley, Honeyboy Edwards, Fairport Convention, Al

Kooper, Little Mike & The Tornadoes, Hubert Sumlin, Louis Myers, Jimmy Walker, Albert King, Subdudes, Saffire, Lurrie Bell, Otis Clay, Lil' Ed & The Blues Imperials, Guido Toffoletti, Dick Heckstall-Smith, Enzo Avitabile, Dave Alvin, Davide Pannozzo, Vasti Jackson, Aida Cooper , Cooper Terry, Andy J. Forest, John Primer, Tolo Marton, Big James & Chicago Playboys, Bill Big Morganfield, Marva Wright, Walter Wolfman Washington, Tommy Castro, Zoot Money, Paolo Bonfanti, Jonas Blues Band, Trudy Lynn, William Bell, Otis Grand, Fontella Bass, Kevin Mahogany, Larry Garner, Tom Principato, Sherman Robertson, Terry Evans, Michael Hill, Mad Dogs, Mighty Mo Rodger, Kay Foster, Fish Heads & Rice, Steve Wynn, Jonathan Richman, Jaime Dolce, Willie Nile, Nine Below Zero, Famoudou Don Moye Sun Percussion, Jimmy D. Lane, Albert Cummings Sugar Blue, James Thompson, Herbie Goins, Dana Gillespie, Mario Donatone, Black Friday, Nite Life, Dirty Hands, Rosa King, Dennis & the Jets, Blue Messengers, Chicago Beau, Mike Sponza, Johnny Mars, Rusty Wright, Michael Burks, Dan Moretti, David Essig, Harold Bradley, Lino Muoio - Mandolin Blues, Hadacol Special, Earl Thomas & The king of rhythm, Homemade Jamz Blues Band, Johnny Adams, Luther Allison, Art Ensemble of Chicago, Alvin Batiste, Carey Bell, Edoardo Bennato, Eric Bibb, Maurizio Bonini, R. Burnside, Blue Stuff, Billy Branch, Alex Britti, Campbell Brothers, Buddy Guy, Hyram Bullock, Eric Burdon & The Animals, C. Chenier, Roberto Ciotti, Jon Cleary, Michael Coleman, James Cotton, Popa Chubby, Colosseum, Bruce Cockburn, Shemekia Copeland, Carl Weathersby, Guy Davis, Jimmy Dawkins,Rockin' Dopsie,The Fleshtones, Robben Ford, Ruthie Foster, John Hammond, Corey Harris, Alvin 'Youngblood' Hart, Scott Henderson, Holmes Brothers, Hotel La Salle, Jimmy Johnson, Jorma Kaukonen, Keb' Mo', Bup Kennedy, Willie Kent, Sonny Landreth, Paul Lamb, Bettye LaVette, Albert Lee, Louisiana Red, Magic Slim, Taj Mahal, Janiva Magness, John Martyn, Mighty Sam McClain, Jacqui McShee , Elliott Murphy, Matt 'Guitar' Murphy, Charlie Musselwhite, Napoli Centrale, Kenny Neal, Maceo Parker, Pentangle, Pinetop Perkins, Lucky Peterson, Francesco Piu, Fabrizio Poggi, Noel Redding, John Renbourn, Zachary Richard, Duke Robillard, Jimmy Rogers, Roy Rogers, Roomful of Blues, Rudy Rotta, Son Seals, Daniele Sepe, Archie Shepp, Soul Stirrers, Mike Stern, Dr. Sunflower Jug Band, Stefano Tavernese, Melvin Taylor, Mick Taylor, Otis Taylor, Hans Theessink, Fabio Treves, Robin Trower, Derek Trucks, Ike Turner, Joe Louis Walker, Katie Webster , Junior Wells, Yellowjackets, Roy Youn, Robi Zonca, Piccola Orchestra La Viola, Massimo Bubola, G & The Doctor(s), Travelling Riverside Band, Shakura S'Aida, Dwayne Dopsie & The Zydeco Hellraisers, Danny Bryant , Dirk Hamilton, Fleur Du Mal, Richard Ray Farrell, Paul Millns, Veronica Sbergia & Max De Bernardi. Born in 1988 in Isola del Liri (FR), twin city with New Orleans, the Festival has reached its thirty-fifth birthday while keeping its charm intact; only good music in wonderful locations. They have played over the years:

Buddy Guy, Dr. John, Canned Heat, John Mayall, Jimmy Smith, Willy DeVille, Richard Thompson, Danny Thompson, Bo Diddley, Honeyboy Edwards, Fairport Convention, Al Kooper, Little Mike & The Tornadoes, Hubert Sumlin, Louis Myers, Jimmy Walker, Albert King, Subdudes, Saffire, Lurrie Bell, Otis Clay, Lil' Ed & The Blues Imperials, Guido Toffoletti, Dick Heckstall-Smith, Enzo Avitabile, Dave Alvin, Davide Pannozzo, Vasti Jackson, Aida Cooper , Cooper Terry, Andy J.

BOB DYLAN  SULLE ORME DI WOODY 1960 è un inverno freddo nel New Jersey. Un autobus percorre lentamente la strada sconnes...
01/06/2026

BOB DYLAN SULLE ORME DI WOODY

1960 è un inverno freddo nel New Jersey. Un autobus percorre lentamente la strada sconnessa che conduce all'Ospedale Psichiatrico del parco di Greyston, la neve rende ancor più angusto il viaggio. Un ragazzo esile dai riccioli neri, piccolo di statura che sembra un folletto, scende di fronte all' imponente edificio, non ha ancora compiuto 19 anni, è vestito con abiti leggeri: blue jeans usurati e camicia a quadri rossi e blu, ai piedi scarpe da lavoro, indossa un giubbino che non lo allevia dal freddo pungente, ha sulle spalle una chitarra e va con passo svelto verso l'ingresso dell'ospedale. Si è trasferito da poco a New York proveniente da Hibbing piccola città della Contea di St. Louis nello Stato del Minnesota, dove è cresciuto, il nome è Robert Allen Zimmerman, il suo è un pellegrinaggio fino alla stanza dove il morbo di Huntington costringe Woody Guthrie. Il giovane Robert ha ascoltato le sue canzoni la notte da una vecchia radio e porta con sé sempre nella tasca "Bound For Glory" l'autobiografia del folk singer, dalle pagine ormai consunte, letta tante volte. È un'idolo per quel ragazzo: Guthrie dall'Oklahoma aveva percorso gli States in lungo e in largo per raccontare la grande depressione del 1929, le tempeste di polvere del Mid-West degli anni trenta che avevano spinto tanti contadini ad una disperata migrazione, in cerca di lavoro nella California. Canta l'America della “Working class” e del sindacato, dell’avidità delle banche, la stessa descritta da Hemingway, Eliot e Steinbeck.
Robert Allen Zimmerman aveva deciso di saltare sul primo treno diretto verso la Grande Mela e di lasciarsi tutto il resto alle spalle. Woody Guthrie è Il suo eroe e come lui vuole essere il cantore degli ultimi, degli emarginati, di coloro che aspirano ad un mondo di pace e marciano contro la guerra in Vietnam. Vive la New York del Greenwich Village famoso per la scena bohèmienne, per la cultura alternativa ed i locali underground in cui si suona jazz e i poeti della “Beat Generation” recitano poesie, dove sta nascendo la nuova musica folk
“Sono qui fuori, un migliaio di miglia da casa, cammino una strada già attraversata da altri. Scopro il tuo mondo di persone e cose, i tuoi poveri, i contadini, le principesse e i re... ” *
Woody è a letto, sedato da massicce dosi di tranquillanti, quella malattia genetica, ereditata dalla madre, colpisce la coordinazione muscolare e porta ad un declino cognitivo e a problemi psichiatrici. In alcuni momenti è violento, per questo lo hanno rinchiuso al Greystone Park Psychiatric Hospital. Ora sono quattro anni che è ricoverato, sotto stretta osservazione. Apre gli occhi è vede seduto accanto al letto quel giovane dall'aria un po' buffa e intimidito: ”Come ti chiami, ragazzo... cosa cerchi?”
“ Robert Allen Zimmerman è il mio nome, ma non suona bene per un aspirante folk singer, ora che vivo a New York, lontano dai miei, ho deciso di cambiarlo in Dylan come Dylan Thomas il poeta scrittore gallese. Bob Dylan suona molto meglio...” Prende la chitarra ed incomincia a cantare...
“Hey Woody Guthrie, ti ho scritto una canzone che parla del buffo mondo che abbiamo davanti sembra malato, affamato, stanco e dilaniato, sembra morente ma in realtà non è ancora nato.
Hey, Woody Guthrie, ma io so che tu sai tutte le cose che sto dicendo e molte altre ancora, perché non ci sono molti uomini che hanno fatto ciò che hai fatto tu...” *
Il malato è sorpreso, vorrebbe alzarsi dal letto ma non ha la forza, conosce quella melodia, l'ha scritta lui stesso anni prima, anche se il testo è diverso. E' una delle sue canzoni più celebri dal titolo “ The 1913 Massacre”. Descrive un terribile massacro avvenuto la vigilia di Natale del 1913 nel Michigan, nel pieno dello sciopero dei minatori. Le milizie private al soldo delle compagnie minerarie avevano attaccato la folla provocando la morte di settantatre persone, oltre la metà erano bambini tra i 6 e i 12 anni.
“Piangevo tutte le volte che cantavo quella canzone, mi prendeva un nodo alla gola e le parole uscivano a stento. Ragazzo, se vuoi diventare grande devi raccontare fatti realmente accaduti, la gioia e il dolore della povera gente, di quelli di cui nessuno conosce i nomi ma che con il loro lavoro hanno edificato questa grande nazione. Ti ringrazio, potevi scegliere una melodia diversa, allegra, ma non importa forse questa canzone, costruita insieme, un giorno quando diverrai famoso, sarà ascoltata da tanti e così ricorderanno Woody Guthrie, il folk singer che aveva scritto sulla sua chitarra: “Questa macchina ammazza i fascisti”.
Il giovane uomo ha ormai rotto il ghiaccio: “La canto già nei folk club del Greenwich Village, in molti la conoscono e conoscono anche le tue canzoni. Vedi Woody, tutti dicono che io sia il tuo erede, ma ho ancora tanto da scoprire ed imparare e non saprei domani dove mi condurrà la mia musica. Sto lavorando per un disco che conterrà anche questo brano, John Hammond trova le mie canzoni di grande interesse e mi ha procurato un contatto con la Columbia Records, non so cosa succederà, potrebbe essere il mio primo ed ultimo disco, l'America ha tanti folksinger, raccolgono storie vere e le raccontano molto meglio di me “.
Robert Allen Zimmerman, che si fa chiamare Bob Dylan, dopo un breve pausa continua a suonare
“...Questa è per Cisco, per Sonny e anche per Leadbelly, e per tutte le brave persone che hanno viaggiato con te. Questa è per i cuori e per le mani delle persone che vengono con la polvere e se ne vanno con il vento...” *
Woody è molto malato e sa che presto la sua vita andrà altrove, ma quel tale Zimmerman – Dylan che lo guarda come l'ultimo degli eroi, lui che non riesce neanche più a suonare la chitarra, gli ricorda l'ardore della giovinezza, lo intenerisce e nonostante la stanchezza vuole continuare a parlargli, ma le parole non hanno fiato. Nel letto infermo ode ancora lo sferragliare di un treno merci preso in corsa, per un lungo viaggio tra pianure e montagne, stati e città. Woody aveva conosciuto l'America in tutti i suoi aspetti:
“...Ho girato e vagato e inseguito i miei passi attraverso le sabbie scintillanti dei deserti di diamante e tutto intorno a me una voce risuonava questa terra è stata creata per te e per me... All’ombra del campanile ho visto la mia gente vicino all’Ufficio Assistenza loro stavano lì affamati ed io stavo lì a chiedermi questa terra è stata fatta per te e per me? Nessuno potrà mai fermarmi mentre percorro quella grande strada della libertà nessuno potrà mai farmi tornare indietro questa terra è stata fatta per te e per me” **
Poi sfinito chiude gli occhi, è stanco, non riesce neanche a salutare quell'esile amico che è venuto da lontano per fargli compagnia e a cantare la canzone che celebra la sua grandezza ma Dylan continua e quella melodia è ormai una dolce ninnananna.
“...Partirò domani, ma potrei partire oggi, da qualche parte, lungo la strada, un giorno. L'ultima cosa che voglio fare è poter dire che ho fatto anch'io tanta strada.” *
Woody Guthrie morrà a New York, 3 ottobre 1967 a 45 anni, in una clinica psichiatrica, Bob Dylan tornerà ancora a trovarlo, percorrerà una strada piena di successi, il giovane folk singer, timoroso ed incerto sarà nel 2016 Premio Nobel per la letteratura «per aver creato nuove espressioni poetiche all'interno della grande tradizione della canzone americana» ( Luciano Duro )

Da: “Song To Woody” di Bob Dylan - Album: Bob Dylan 1962 *
Da: “This land is your land” di Woody Guthrie 1940. **

«Sonny era una leggenda, quasi un Dio per i musicisti più giovani. Era un musicista aggressivo e innovativo con sempre n...
27/05/2026

«Sonny era una leggenda, quasi un Dio per i musicisti più giovani. Era un musicista aggressivo e innovativo con sempre nuove idee. Mi piaceva tantissimo come strumentista ed era anche un grande compositore è un grande musicista» ( Miles Davis )

Sonny Rollins se n' è andato a 95 anni lasciando sul suo cammino pietre miliari nella storia della musica contemporanea.
Ho consumato tutti i suoi dischi che ho comprato negli anni, alcuni sono capolavori assoluti che hanno indicato ad altri percorsi possibili. Sono tuttavia emotivamnete legato a “The Cutting Edge”
album dal vivo del 1974 pubblicato dalla Milestone Records ed in particolare a “ Swing Low, Sweet Chariot “ che quell'album chiude. C'è un intro strepitoso quanto insolito di Rufus Harley alla cornamusa che introduce con solennità un gospel che ancora oggi cantano e suonano quando nel Sud degli States accompagnano il defunto all'ultima dimora, Rufus Harley da solo toglie il respiro e commueve, mentre prepara l'ingresso a Sonny e tutta la band.
Spesso ci sono dischi o singoli brani che restano per sempre nel cuore. Non necessariamnete possono essere le opere più rappresentative realizzate da un artista, ma sono legate ad attimi indimenticabili della tua storia personale.

L’ANIMA DI UN UOMOMi chiamo Willie Johnson, “Blind”, cieco da quando avevo 7 anni. All’età di quattro anni persi mia mad...
18/05/2026

L’ANIMA DI UN UOMO

Mi chiamo Willie Johnson, “Blind”, cieco da quando avevo 7 anni. All’età di quattro anni persi mia madre, la seconda moglie del vecchio mi buttò dell’acido addosso che schizzò sul viso e spense i miei occhi, donna malvagia lei, senza cuore, doveva purificarmi dal demonio, diceva. Quando divieni cieco, da bambino, le immagini che hai visto restano scolpite, come indelebili fotogrammi, nella tua mente. Era giugno, ciò che ricordo è mia madre china sulla tinozza a lavare camice, il bianco candido delle magnolie, il verde smeraldo dei cespugli e i fiori colorati nei campi del signor Mc Leon. Mio padre lo vedo giovane e forte, lavorava lungo la ferrovia non lontano da Brenham, Texas, dove ero nato nel 1897. Era buono non meritava quella donna dagli occhi di fuoco, che scalciava come un bizzarro mulo. Ora che i miei occhi sono spenti la sento ancora strillare e mi picchiava affinché smettessi di suonare la chitarra che mi ero costruito con una scatola di sigari: “Smettila Willie non sopporto quei lamenti, il diavolo ha imprigionato la tua anima.” Ma era lei stessa il diavolo, andò via di casa con un vagabondo che diceva di essere uno sciamano. Cosa può fare un povero ragazzo cieco e nero del Teaxas, se non suonare e cantare blues, e così girai in lungo e in largo, accompagnato dalla mia donna, all’angolo delle strade per una offerta. Blind Willie Johnson… avevo raccolto tante storie lungo il cammino, per ascoltarle bastava buttare un cent dentro il mio barattolo ed io non avrei mai smesso di cantare. Poi un giorno venne un uomo che disse: “Ehi Signor Johnson, tutte queste canzoni le deve registrare, le canta, alcune le ha composte, ma non appartengono a lei sono patrimonio dell’intera Nazione”. Mi piacque quell’uomo, nessuno mai mi aveva chiamato “Signore”, io povero negro, cieco, del Texas: Signor Blind Willie Johnson. Mi scattarono una foto, l’unica che ho. Incisi dischi per la Columbia Records, smisi il mio girovagare e guadagnai soldi senza chiederli. La mia vita terrena terminò troppo presto, non avevo compiuto 48 anni, morii solo come uno straccione, dopo che l'incendio distrusse la mia casa, per lungo tempo dormii per strada. Ero famoso, la radio diffondeva la mia musica, ma nessuno corse in aiuto del povero Blind Willie Johnson.
Ma sapete, un certo Win Wenders ha fatto un film su di me: “The Soul of a Man“, il mio blues più famoso che in tanti hanno cantato nel corso degli anni.
“Anybody here can tell me, what is the soul of a man? I’ve traveled in different countries, I’ve traveled foreign lands. I’ve found nobody to tell me, what is the soul of a man” ( qualcuno qui mi può dire, che cosa è l’anima di un uomo? Ho viaggiato in diversi paesi, ho viaggiato terre straniere. Ho trovato nessuno che mi dica, che cosa è l’anima di un uomo).
Ma sono anche immortale! Nella camera che chiamavano studio di registrazione, quel mattino del 1927 ero particolarmente triste, quando il blues ti prende non ti lascia, fino a farti sanguinare. Ero così giù che non riuscivo a pronunciare parola solo un mormorio, con la chitarra che piangeva, consolata dal collo di bottiglia. “Scura era la notte, fredda era la terra” sussuravo, “Dark Was the Night, Cold Was the Ground “, non pensavo che stessero registrando quel mio triste blues, non mi accorsi di nulla e continuai quel lamento dell’anima fino a quando qualcuno disse di fermarmi.
L’estate del 1977 la NASA inviò una nave molto speciale che doveva esplorare la galassia per non tornare mai più. “Dark Was the Night, Cold Was The Ground ” fu scelta come esempio dell’arte e della creatività ed inclusa in un disco contenente suoni, musiche e immagini dell’uomo. Il mio blues, inciso per caso, inviato nello spazio profondo, come un messaggio in una bottiglia nell’oceano infinito. Non trovate sia una storia affascinante? La mia voce persa nello spazio, a decine di anni luce da noi, che viaggia tra le stelle, per spiegare ad altri possibili mondi, che cosa è la solitudine umana. Io sono una stella persa nella galassia, adesso vedo, non è più scura la terra, ne’ fredda la notte … ma credetemi nessuno ancora mi ha detto cosa è l’anima di un uomo. ( Luciano Duro )

QUANDO SUONA IL FISCHIO, DEVO ANDARE....Il treno è fortemente presente, nella musica popolare. Elizabeth Cotten una dell...
08/05/2026

QUANDO SUONA IL FISCHIO, DEVO ANDARE....
Il treno è fortemente presente, nella musica popolare.
Elizabeth Cotten una delle grandi donne della folk music, dallo stile chitarristico unico, definito "Cotten picking", nell'autobiografica “Freight Train :“Treno merci, treno merci, corri velocissimo, treno merci, treno merci, corri velocissimo per favore non rivelare su quale treno mi trovo loro non sapranno quale strada sto percorrendo..." Nel tradizionale con lo stesso titolo, nel suo primo album del 1962, Bob Dylan canta: " Sono nato negli Stati del Sud in un hangar solo una piccola baracca vicino alla ferrovia Il treno merci è stato quello che mi ha insegnato a piangere. Il grido del macchinista è stata la mia ninna nanna. Ho il blues del treno merci. Oh caro, ce l'ho sulla cima delle mie scarpe vagabonde e quando suona il fischio, devo andare...” Paul Oliver scrive: “ Il blues nasceva e le campagne erano silenziose, l'unico suono che poteva rompere il silenzio era lo sferragliare di un treno a vapore che si faceva largo nella pianura lasciando una traccia di fumo contro il cielo azzurro... il fischio acuto, penetrante e malinconico come un blues e tutto finiva. Qualcuno ha detto che i macchinisti “accordavano” il fischio della locomotiva per suonare un blues.” Son House usa spesso la tipica espressione “To ride the blinds” che rappresenta il gesto di salire su un treno al volo, alla maniera dei vagabondi . Le “persiane” (blinds) erano le passerelle tra due carrozze. E dal treno nasce e prende forma uno dei brani più noti della tradizione popolare americana, la ballata di John Henry, spaccapietre nero che lavorava lungo la strada ferrata che unirà l'America, la metafora dell' uomo che lotta contro la macchina. ”Quando comincia a cantare l’uccello azzurro puoi sentire John Henry a più di un miglio puoi sentire risuonare il martello di John Henry, Signore”
Johnny Cash, in prigione, canta in "Folsom Prison Blues" : “... Sento quel fischio che soffia giù a San Antone.. Se mi facessero uscire di prigione, se quel treno fosse il mio, potete scommetterci che lo sposterei ancora un po' lungo i binari lontano dalla prigione di Folsom e lascerei che quel triste fischio si porti via la mia tristezza .” Woody Guthrie folk singer che aveva cantato l'America degli ultimi, quelli più colpiti dalla grande depressione del '29 riarrangiava uno storico brano del bluesman Big Bill Broonzy: “This Train Is Bound For Glory” “ … Questo treno è diretto verso la gloria, questo treno. Questo treno è diretto verso la gloria, su di esso non viaggia nessuno se non i santi..”
In Italia il treno e la ferrovia hanno prodotto canzoni epiche come “La Locomotiva” di Guccini: “.. E sul binario stava la locomotiva, la macchina pulsante sembrava fosse cosa viva , sembrava un giovane puledro che appena liberato il freno mordesse la rotaia con muscoli d'acciaio, con forza cieca di baleno
Ho sempre pensato che il treno sia la metafora della vita, si parte e si arriva, ciò che vedi dal finestrino è un paesaggio che sfugge, corre come il tempo, non riesci mai a definirlo. La macchina non si arresta, continua la corsa e si rimane attaccati al finestrino aspettando qualcosa che ti colpisca, che ti stupisca, ma che non conosci ancora. È così ! Sebbene l'uomo si affanni a prevedere il domani, non potrà mai definire ciò che avverrà in futuro.

PETER GREEN: THE END OF THE GAME … LA FINE DEL GIOCOAveva vent'anni quando John Mayall lo chiamò per sostituire Eric Cla...
05/05/2026

PETER GREEN: THE END OF THE GAME … LA FINE DEL GIOCO

Aveva vent'anni quando John Mayall lo chiamò per sostituire Eric Clapton, nei Bluesbreakers. Una impresa alquanto ardua e vista con scetticismo dagli ammiratori della band. Era appena uscito l'album capolavoro del British Blues “ Bluesbreakers with Eric Clapton” e sui muri di Londra comparivano le scritte “Clapton is God”, Clapton è un Dio. Ma il ragazzo sapeva il fatto suo e quando vide la luce nel febbraio '67 “A Hard Road”, il terzo album di John Mayall, di Clapton restò solo un ricordo sbiadito di un tempo che sembrava lontano sebbene fosse trascorso solo poco più di un anno dal suo commiato. Fu l'inizio della leggenda di Peter Green, uno dei più grandi chitarristi di sempre, fra i più amati e imitati da intere generazioni di “ Guitar Hero”. Era appena maggiorenne e aveva il fuoco nelle mani. Resterà per un brevissimo tempo con Mayall, da lui aveva appreso tutto ciò che gli serviva, con il batterista Mick Fleetwood, il poderoso bassista John McVie lasciò i Bluesbreakers e con un altro chitarrista Jeremy Spencer, insieme, decisero di formare una band: Fleetwood Mac.
Suonò con loro per tre anni e pubblicheranno quattro album che resteranno nella storia del British Blues: Peter Green's Fleetwood Mac, Mr. Wonderful, Then Play On e Blues Jam at Chess inciso a Chicago il 4 gennaio 1969, negli studi della “Chess Records”, una coinvolgente session alla quale parteciparono alcuni dei più grandi bluesmen della "Windy City": Otis Spann, Willie Dixon, Shakey Horton, Buddy Guy e Honeyboy Edwards.
Le cose erano accadute troppo in fretta, tutte in una volta, Peter era un'anima tormentata che viveva in uno stato di perpetua inquietudine, il suo malessere lo portava ad un uso smodato di stupefacenti: il successo, le luci accecanti della ribalta, l'apprezzamento dei colleghi e della stampa, l'essere circondato da una moltitudine di adulatori che toglievano il respiro e un inatteso benessere economico, lo scaraventarono in uno stato di confusione mentale. Aveva appena 23 anni ed era precipitato in un vortice che faceva perdere ogni equilibrio. Lasciò i Fleetwood Mac, riunì un gruppo di amici tra i quali Zoot Money e corse in sala di registrazione, bisognava cogliere il momento, senza aspettare, per incidere la sua più grande opera di musicista. “ The End of the Game “, album puramente strumentale, è qualcosa di incredibile, mai ascoltato prima, un evento memorabile, che segna un punto, una tappa fondamentale nella evoluzione del British Blues. Sfugge ad ogni classificazione stilistica, non è blues, non è rock, né jazz o funk, ma tutto questo insieme.
La chitarra è la protagonista di un racconto che si snoda in una miriade di sfumature colorate, un alternarsi di colori ora cangianti, ora accessi, poi tenui e delicati, non esiste una traccia prestabilita, la musica è un rincorrersi di note a volte distorte o alterate dall'effetto “wa-wa”, su un ritmo sostenuto, ossessivo, quasi tribale, poi si adagia su un tappeto di frasi dissonanti, cresce via via d'intensità fino a diventare esplosiva.
Prima che il disco verrà pubblicato Peter Green sparì, di lui si persero le tracce.
Si saprà col tempo che, colto da una crisi mistica, aveva devoluto tutti i suoi guadagni in beneficenza, si impiegò in svariati mestieri, fece anche il becchino e l'infermiere, poi schizofrenico finì in un ospedale psichiatrico, preda dei suoi fantasmi interiori. Quando ne uscì dieci anni dopo non era più lo stesso, riprese a suonare ma i dischi erano scialbi banali e monotoni. La sua vita era ora come una preziosa anfora che cadendo era andata in frantumi e il contenuto si era smarrito nel labirinto di una mente complicata. Ci ha lasciato a 73 anni, The End of the Game era davvero la fine di un gioco.

LIRI BLUES 1989: ALBERT KING, QUEI VENTI MINUTI Albert King è stato uno degli uomini più sgradevoli che io abbia mai inc...
28/04/2026

LIRI BLUES 1989: ALBERT KING, QUEI VENTI MINUTI

Albert King è stato uno degli uomini più sgradevoli che io abbia mai incontrato alla sua grandezza di artista si contrapponeva un carattere irritante e violento. Fu per me un'impresa difficilissima gestire quel concerto già reso problematico dalla pioggia che aveva fatto spostare l'esibizione al Cinema-Teatro "Mangoni". Trattava i musicisti come inservienti al suo comando. Eppure quella band era formata da grandissimi ed affermati professionisti ed era supportata da un trio di donne, dalle voci straordinarie, che già da sole valevano il concerto. Noi eravamo gentili e premurosi, ma era chiuso come un'ostrica e non concedeva nulla di sé. Non parlava con nessuno e aveva da ridire su ogni cosa. Cercai di trovare una spiegazione per un comportamento così scostante, forse la ragione era in quei suoi anni, in cui ancora adolescente, si trasferì in una piantagione di cotone dell'Arkansas dove, povero ragazzo di colore del Sud, doveva aver subito l'umiliazione, le violenze e i torti in quell'America fortemente razzista degli anni '30, in cui Billie Holiday cantava “Strange Fruit”, canzone di condanna verso il razzismo e i linciaggi. Non volle scendere dal pullman, parcheggiato vicino al teatro, nonostante i camerini ed in particolare il suo era ben allestito con tutto ciò che era previsto dal catering: frutta fresca di stagione, birra della sua marca preferita, acqua rigorosamente a temperatura ambiente, tramezzini così come stabilito e un vaso di non ricordo quali fiori. La Band iniziò il concerto e una delle coriste aveva il compito di scaldare la platea con tre brani prima che Albert King salisse sul palco. La donna aveva una gran voce e la band tirava a mille non fu difficile coinvolgere il pubblico con applausi scroscianti. Ascoltava da dentro il pullman e non gradì perché la star era lui “The King”, il re. Salì immediatamente sul palco e con un brusco segno della mano la allontanò alla fine del secondo pezzo e la fece sedere per tutto il concerto dietro le quinte, poi imbracciò la chitarra e per venti minuti fu grande musica, il pubblico era in delirio e la magia si impadronì del Mangoni, ma improvvisamente qualcosa successe, smise più volte di suonare, se la prendeva con il microfono e con l'amplificatore e cominciò ad insultare la gente con un incomprensibile slang. Il concerto si protrasse per altri 15 minuti poi andò via senza concedere il bis.
La mia impressione fu che Albert King ritenesse di aver soddisfatto il pubblico con quei venti minuti e non voleva concedere oltre, l’obiettivo era raggiunto ed il contratto onorato. Sconcertato invitai lui stesso e tutta l’equipe al ristorante dove era prevista la cena e le interviste dei giornalisti, ma non volle ve**re e poiché non aveva voglia impedì anche alla band di unirsi a noi. Tutti tornarono in Hotel senza neanche cenare e salutare. Chiesi spiegazioni al manager ma ebbi solo le sue scuse per un comportamento che era abituale e che non pochi problemi aveva creato in altre città europee.
Al mattino successivo nonostante tutto avevo voglia di salutarlo, perché in fondo era pur sempre il più grande bluesman vivente e portarlo sul palco del “Liri Blues” era stato per me un orgoglio ed un evento straordinario. Salutai i musicisti e le coriste ma lui era già chiuso dentro il pullman e non voleva vedere nessuno come se avesse ricevuto gravissime offese… Ma quei venti minuti così intensi che trasudavano blues vero con assoli di chitarra con poche ma toccanti note, che colpivano il cuore erano il segno tangibile della sua grandezza; solo un grande le può mettere insieme perché i musicisti veri amano l’essenza, l’equilibrio e non hanno bisogno di incantare con assoli torrenziali… quei venti minuti non li dimenticherò mai. Molti grandi si sono esibiti al “Liri Blues” altri li ho ascoltati dal vivo in svariate occasioni… Ma quei venti minuti…

ROBERTO CIOTTI E LOUISIANA RED Il grande uomo di colore si fece largo tra la folla, aveva un’andatura caracollante, pesa...
21/04/2026

ROBERTO CIOTTI E LOUISIANA RED

Il grande uomo di colore si fece largo tra la folla, aveva un’andatura caracollante, pesante e affaticata, i suoi movimenti erano ritmici, sul palco suonava Roberto Ciotti, da solo all’acustica, ma ne aveva dietro una elettrica da usare per altri brani. Chiesi a Pasquale che lo accompagnava chi fosse: “Come non lo conosci è Louisiana Red, l’ho prelevato all’aeroporto e portato qui, per non lasciarlo solo in albergo, domani dovrà suonare a Roma”.
Certo che lo conoscevo ma dalle copertine dei dischi sembrava un altro, molto più giovane e magro. Roberto dal palco lo vide, un sorriso e un ammiccamento che fu un invito a salire, Louisiana Red non aveva con sé una chitarra ma non importava, Roberto ne aveva due. Il grande uomo di colore salì incerto e lentamente la scala, non aveva bevuto era il suo modo di camminare che lo rendeva ancor più misterioso e oscuro, sembrava un sacerdote Voodoo.
Il bianco bluesman italiano prese l’elettrica, si sedette sull’amplificatore e cedette la sedia e l’acustica, si guardarono e non si parlarono, non era la prima volta che si incontravano. Louisiana Red si assicurò che la chitarra fosse perfettamente accordata, Roberto Ciotti mise al dito il cilindro di metallo e fece piangere le corde, l’altro cantava accompagnandosi all’acustica… “You gotta move, you gotta move, you gotta move child, you gotta move, oh, when the Lord gets ready ,yu gotta move”. Era un traditional attribuito a Mississippi Fred McDowell, incisa anche dai Rolling Stones. La voce era scura, ruvida e intensa, ad ascoltare quei due mi venivano i brividi, la piazza, piena, fu improvvisamente muta, la magia del blues aveva colpito in profondità, non si sentiva parlare, non c’erano applausi, persino i bambini tacevano.
I due continuarono, sciorinando una serie di blues, uno legato all’altro, Roberto sorrise, mentre la sua chitarra continuava a piangere, Louisiana Red non avrebbe voluto smettere mai, picchiava duro sulle corde, il suono era aspro e tagliente, affilato come la lama del coltello, tuttavia ricco di una semplice poesia che giungeva direttamente al cuore, la voce divenne ancor più torbida e corrosiva, l'uomo pareva raccontare storie antiche che odoravano di cotone e di tabacco. Pasquale mi sussurrò ad un orecchio che aveva un repertorio così vasto da poter suonare una notte intera. Poi tutto finì non ci fu tempo neanche per il bis, lui scese e Roberto chiuse la serata con altri tre brani.
Fu allora che decisi di organizzare un festival Blues, era il 1986, due anni dopo nacque il “Liri Blues Festival”.
Negli anni successivi Louisiana Red tornò, nell’occasione accanto a lui c’era un giovanissimo e promettente chitarrista: si chiama Alex Britti. Lo accompagnammo all’hotel dopo la cena, aveva bevuto tanto, gli americani non si rendono conto che bere vino non è la stessa cosa del sorseggiare birra e prendono delle sbronze colossali. In quella stanza d’albergo si sedette sul letto e incominciò a raccontare, mentre abbondanti lacrime solcavano il viso, non fu facile capirlo senza l’aiuto di un amico che tradusse quel che poteva.
Raccontò della madre, morta di polmonite sette giorni dopo la sua nascita, del padre, trucidato dal Ku Klux Klan in Alabama e di un’infanzia difficile dentro un orfanotrofio a New Orleans.
“Quando cresci in un posto come quello o si diventa delinquente o musicista. Gli altri bambini ridevano di me, mi prendevano in giro perchè non parlavo mai ed ero in un angolo da solo a leggere la Bibbia. La mia vita è il blues. Il blues proveniente dalla chiesa, dal Vangelo. Se si sente Vangelo, si sente il blues questo ho sempre pensato e quando suono è come se pregassi”. Parlava con un filo di voce e ne era convinto, ricordo quelle parole perfettamente come fosse ieri.
Aveva un sacro rispetto per la nonna materna che lo strappò da quell’ambiente dopo un faticosa viaggio da Pittsburgh, in Pennsylvania, a New Orleans in Louisiana e gli aveva regalato a dieci anni la prima chitarra. Dopo tale tumultuosa e sofferta manifestazione di dolore, che trovava sollievo nel pianto liberatorio, si distese sul letto e cadde in un sonno profondo.
Lo rividi la mattina a colazione, non disse nulla come se avesse cancellato tutto, ma soprattutto perché, passata la sbornia, aveva riacquistato una certa discrezione che imponeva una ragionevole e professionale distanza dall’altro, ma io ancora ero scosso.
Ciotti si esibì ad Isola de Liri più volte, entrambi ci hanno lasciato, si incontrano spesso e suonano ancora insieme, in un posto a noi sconosciuto, dove, tranquillo, scorre un grande fiume … è il grande fiume del blues.

STORIE DEL “LIRI BLUES FESTIVAL”: 1999 IKE TURNERIKE TURNER era un uomo sgradevole, volgare e violento, venne al “Liri B...
14/04/2026

STORIE DEL “LIRI BLUES FESTIVAL”: 1999 IKE TURNER

IKE TURNER era un uomo sgradevole, volgare e violento, venne al “Liri Blues” nel 1999, già da tempo si era interrotto il sodalizio artistico con Tina Turner. Non volevo prenderlo, aveva una cattiva reputazione e nella autobiografia l'ex moglie aveva scritto delle violenze subite. Dopo il divorzio, senza la grande voce di Tina fu abbandonato dal successo. Il declino di artista e di uomo fu ancora più drammatico quando venne arrestato e condannato negli anni 80 per traffico di stupefacenti, tanto da non poter presenziare alla cerimonia con cui fu inserito nella Rock'n'roll Hall of Fame. Musicista di talento, tra gli innovatori della musica afro-americana, uscito di prigione e ripulito nel fisico dall'alcool e dalla cocaina, aveva iniziato una seconda giovinezza artistica. L'album “Risin' with the blues” , era stato premiato con il Grammy Awards. Eppure ciò che ha dato alla musica afroamericana Ike Turner è stato offuscato da quell'indole violenta che già tanti guai gli aveva procurato da bambino. Era nato a Clarksdale, Mississippi, nel 1931. Cresciuto nella povertà e nel degrado morale era ancora un ragazzo quando andò via, consapevole di poter vivere della sua musica. Ci sapeva fare Ike sia al pianoforte che alla chitarra. Nel 1950, suonò e collaborò con Sonny Boy Williamson , B. B. King e Howlin' Wolf. Nel 1956 incontrò Tina, dando inizio ad una straordinaria carriera fatta di infiniti concerti dal vivo e di molti dischi. Quel tour europeo, che includeva Isola del Liri, fu promozionato dalla stampa come un grande avvenimento. Aveva sostituito Tina con una bionda e bianca cantante, divenuta anche la sua compagna di vita.
Nel contratto c'erano tre giorni di “day off “ a sue spese. Come al solito inviammo il 50% in dollari con un bonifico bancario, il resto dopo la performance. La coppia trascorse quel periodo di riposo a Roma in un lussuoso albergo del centro, facendo shopping, distribuendo laute mance ma lasciando ad Isola del Liri tutti i musicisti, le coriste ed i tecnici del suono. Era una eccellente e numerosa band di veri professionisti, era andato via senza aver rispettato gli impegni economici, così che, alcuni di essi, rimasero senza un soldo.
In quei tre giorni romani aveva speso tutto e non avendo più nulla si rintanò in albergo chiedendo subito l'altra parte del compenso, per suonare al festival. La cosa mi irritò a tal punto che feci quello che mai mi sarei sognato di fare, se avevo a che fare con un delinquente, per risolvere la situazione dovevo comportarmi da boss. Radunai aitanti giovani presi dalla locale palestra di arti marziali, con la precisa disposizione di portarlo ad Isola con le buone o con le cattive, non potevo sottostare a tale inaudita prepotenza e badare a musicisti che, non conoscendo gli accordi contrattuali, pretendevano da me quello che a loro doveva Ike Turner. Inoltre c'era grande attesa per il concerto e già al mattino appassionati provenienti da ogni dove passeggiavano per la città. Mentre le auto partivano, il batterista, la cui mole era pari a quella di un peso massimo, che già aveva suonato con B.B. King e John Lee Ho**er, conoscendo il tipo e irritato più di me si unì al gruppo con lo scopo di fargliela pagare. Quando nella hall dell'albergo vide schierata quella task force e fu malamente strattonato dal grosso uomo di colore che sbraitava contro di lui, non oppose resistenza e docilmente insieme alla compagna entrò in macchina per raggiungere Isola del Liri. Nel frattempo il manager americano che era a Parigi, probabilmente allertato, qualche giorno prima, dai musicisti, giunse nella nostra città e si posizionò davanti il portone d'ingresso dell'Hotel Scala, che fungeva da camerino, per controllare che Ike Turner non facesse qualche scorrettezza agli organizzatori compromettendo così il rapporto con il festival e l'immagine stessa della sua agenzia. La scena fu davvero terribile. L'uomo, anche lui di colore, interamente vestito di giallo, compreso il cappello a falde larghe, guardava Ike con fare minaccioso, mentre si sbottonava la giacca sotto la quale era ben visibile una pi***la, l'altro lo fissava con occhi di fuoco e dal balcone, in maniera provocatoria, sbucciava disinvolto una mela, con un coltello che sembrava un arma d'assalto. Intravedevo una situazione davvero pericolosa, per questo tenni lontano i ragazzi dell'organizzazione. Ike Turner scese e salì lentamente le scale del palco mentre la band era schierata e pronta, il manager lo guardava, vigile, come una sentinella sul presidio di guerra. I primi tre brani, tutti strumentali, furono eccezionali con lui che si alternava all'organo ed alla chitarra, era davvero un grande musicista, poi sali la bionda cantante ed in quel momento il confronto con Tina fu impietoso, non c'era sensualità, ma solo una volgare e mediocre imitazione ed il tutto naufragò in uno squallore indescrivibile, nonostante le coriste cercassero in qualche modo di sostenere quella voce insignificante da piano bar di provincia. Alla fine l'uomo in giallo presentò regolare fattura ed intascò il resto del compenso, Ike salì in macchina con lui e raggiunse Sora e l'Hotel Valentino nella sua camera, trovò sul cuscino una rosa rossa, come rigorosamente da contratto, per la bionda compagna. Cosa accadde tra lui e il manager non l'ho mai saputo di sicuro un concerto da dimenticare ma spesso succede...quando a sera andò via fu un gran sollievo dopo tre giorni di grande stress.
(Luciano Duro)

Indirizzo

Piazza De'Boncompagni
Isola Del Liri
03036

Sito Web

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