15/12/2016
Condivido quanto afferma il prof Mondoni:
VINCO ERGO SUM: LO SPORT EDUCA?
“Lo sport è il reparto giocattoli della vita umana” (Howard Cosell)
Premessa
Una delle più grandi ipocrisie è quella di considerare lo sport buono o cattivo in sé. Soprattutto tra gli sportivi c’è chi sostiene che lo sport sia educativo e positivo in assoluto, c’è invece chi sostiene che lo sport, in particolare quello agonistico, è tendenzialmente negativo, perchè bisogna dare la priorità assoluta all’educazione intellettuale.
Secondo noi Insegnanti, Educatori, Operatori motori e sportivi l’Educazione (con la E maiuscola) deve comprendere tutte le aree (cognitiva, intellettuale, artistica, affettiva e motoria-sportiva), ma, purtroppo, a volte, si accendono “guerre di cortile” per dare più importanza ad un’area piuttosto che a un’altra e si difende la propria categoria, invece di avere un atteggiamento educativo, che vada alla ricerca di una formazione completa per i nostri giovani.
“Dire che lo sport è buono o cattivo in sé, è piuttosto banale, perché lo sport, come qualsiasi attività umana, non è né positivo, né negativo, dipende da come si pratica, da chi è insegnato e soprattutto da come si utilizza”.
C’è un’ipocrisia, spesso implicita, riguardo allo sport, cioè il pregiudizio, forse di origine platonica, sulla superiorità della mente rispetto al corpo: è un’idea forte e purtroppo è penetrata nel nostro mondo.
Gli uomini di sport
Quando mi dicono che noi “uomini di sport” passiamo la maggior parte del nostro tempo a “giochicchiare con una palla”, io rispondo tranquillamente che è vero!
Ma non fa le stesse cose un pianista quando pigia per ore i tasti del pianoforte? Lui è bravo, invece noi perdiamo il tempo a giocare!
Dobbiamo comba***re questi ruoli di serie A e di serie B, il nostro lavoro è uguale a quello dell’intellettuale, cerchiamo di conferire ad ogni ruolo la stessa considerazione.
Bisogna che l’Educazione Fisica e Sportiva a scuola non sia considerata una perdita di tempo, ma insegni a un giovane a praticare uno o due sport: insomma qualcosa di concreto, qualcosa che resti.
A scuola noi Insegnanti dobbiamo insegnare a reimparare a giocare (come Sisifo fu condannato dagli Dei a far rotolare esternamente un macigno sino alla cima della montagna, così l’uomo ha ricevuto il compito evolutivo di dover essere continuamente disponibile a giocare), a vincere e a perdere, ad accettare le regole anche quando sono a nostro sfavore, a stare con gli altri e a misurarci lealmente.
Spesso nello sport si individuano caratteristiche negative perché una delle sue componenti fondamentali è l’agonismo e per il fatto che è identificato come un’attività non culturale.
Se un giovane dedica molte ore all’allenamento sportivo per raggiungere una prestazione di alto livello, si ha la sensazione che a quel giovane manchi qualcosa, perché ha una formazione unilaterale.
Se invece suona il pianoforte o fa danza classica, questa sua dedizione non è vista come una lacuna, ma piuttosto è un grado molto elevato di cultura e di sensibilità artistica.
Sappiamo benissimo che un grande pianista, per essere tale, o una grande ballerina, per diventare famosa, sono passati per un’infanzia e un’adolescenza, in cui il pianoforte e la musica hanno occupato molto tempo delle loro giornate e soprattutto non hanno mai giocato!
La loro formazione non è altrettanto unilaterale rispetto a quella di uno sportivo?
Ma, per l’opinione pubblica, il pianoforte e la danza classica, sono considerate attività di alto livello culturale, mentre non lo sono “il giocare a calcio, a basket o a volley”.
Ho notato spesso questa distinzione ipocrita soprattutto tra tanti intellettuali (che non hanno quasi mai praticato attività sportiva) che si occupano dei problemi dell’Educazione in Italia (anche dell’Educazione Fisica e Sportiva) e attuano Riforme e Programmi Scolastici.
Ricordiamoci che, in Italia, in ambito motorio e sportivo, siamo ancora alle 2 ore settimanali di Educazione Fisica nelle Scuole Secondarie di 1° e 2° grado! Per non parlare della poca importanza dell’Educazione Psicomotoria nella Scuola dell’Infanzia e dell’Educazione Fisica nella Scuola Primaria.
Comunque (grande scoperta!) in Italia abbiamo inventato i Licei Sportivi: una scorciatoia per fare in modo che lo sport entri nella scuola.
Ma questo non è sicuramente il modo per “distribuire” cultura motoria e sportiva.
Il tempo del non far niente
Purtroppo portiamo i nostri giovani ad avere una vita piuttosto schematica e unilaterale in un solo senso; infatti i giovani d’oggi, per riuscire ad essere dei “buoni studenti” a scuola, hanno poco tempo per dedicarsi allo sport e, più in generale, al far “niente”, che gli adulti definiscono “perdere tempo”, che è un’attività estremamente creativa nel periodo dell’infanzia, ma soprattutto della pubertà e dell’adolescenza.
Il tempo del “non fare niente” è quello in cui i giovani si avvicinano alla musica, a internet, alla letteratura, all’attività sociale, al gioco e allo sport e purtroppo oggi lo spazio per queste attività è sempre più ristretto, proprio perché sono considerate una “perdita di tempo”.
Il motivo è che, nonostante l’avversione per l’agonismo dello sport, il messaggio educativo che si dà oggi ai giovani, contiene un agonismo feroce, ovviamente implicito.
Ai giovani si dice che devono dare il massimo fin dall’inizio, perchè la vita è dura, perché la concorrenza è grande, si dice loro “dovete studiare molto, dovete darvi da fare, perché dovete affermarvi nella vita ed eccellere”.
Il modo di impostare questo discorso, ipocritamente, magari in nome di una visione liberale, moderna, è in realtà impregnato di un forte agonismo, è lo stesso agonismo che invece è contestato nel mondo dello sport, perché qui è esplicito.
Mi fanno sorridere certi ambienti intellettuali che criticano l’agonismo nello sport e poi, quando bisogna concorrere per una cattedra all’Università, si azzuffano pur di ottenerla e certamente in maniera molto più violenta di quanto lottino un pivot nel basket e un centravanti nel calcio.
Il problema è che a volte, quando l’agonismo non è esplicito, può diventare anche peggiore, perché le regole non sono chiare.
L’agonismo esiste, dappertutto, non può essere occultato negli altri ambiti!
Per questo dobbiamo preparare progressivamente i giovani all’agonismo, al confronto leale con gli altri, dobbiamo insegnare loro ad accettare la vittoria o la sconfitta come un fatto naturale, come parte del gioco: vincere non significa solo ba***re gli avversari, ma anche superare i propri limiti e le difficoltà: questa, anzi, è la prima vittoria che si deve cercare di ottenere.
Nuovi Programmi
Io credo che oggi la scuola italiana abbia un orientamento molto intellettuale, il bambino, il ragazzo e il giovane, invece, devono affrontare la situazione agonistica secondo le caratteristiche della loro età. C’è un modo di affrontarle nella Scuola Primaria, nella Scuola Secondaria e da adulti e di conseguenza deve essere studiato un programma che rispetti queste caratteristiche, che tenga conto del piacere del gioco, dove uno vince e l’altro perde, del benessere fisico, dell’utilizzo dell’errore, non come la fine del mondo, ma come un’opportunità insostituibile per trarre nuovi stimoli e nuove esperienze e dello star bene insieme agli altri (accettarsi e farsi accettare), senza gelosie e incomprensioni.
Nella misura in cui avremo dei giovani che questa esperienza di agonismo corretto la vivono in famiglia, a scuola, nelle Società Sportive e negli Oratori, avremo anche un pubblico intelligente, comprensivo e culturalmente intelligente.
E’ difficile accettare che l’intera cultura di “fare sport” deve essere cambiata (occorre ripensare lo sport) ed è ancora più difficile accettare che quella cultura non è stata imposta dai grandi interessi che si muovono nel mondo dello sport, ma che è invece una cultura molto diffusa.
“E’ diffusa proprio perché non c’è un’educazione al fare sport come un gioco, cioè al piacere di divertirsi senza l’ansia del risultato, dove ci sono regole da rispettare e dove può capitare che qualcuno, l’arbitro, un compagno o noi stessi, possa commettere un errore, senza essere necessariamente in malafede”.
Il problema reale è che i contenuti, l’orientamento, la mentalità, la metodologia che esistono nello sport di alto livello non possono e non devono assolutamente essere trasferiti meccanicamente allo sport per tutti, allo sport per i giovani e alla scuola.
Allo stesso modo c’è l’ultimo scalino, lo sport spettacolo, ma c’è anche e soprattutto il primo scalino che è quello dello sport per tutti, che in Italia non esiste: per fare sport a tutti i livelli in Italia si deve pagare e non tutti possono pagare!
A riempire il vuoto in campo sportivo che lo Stato italiano ha sempre lasciato nella società italiana (almeno dal dopoguerra in poi), sono il volontariato dei Dirigenti, gli Istruttori, gli Allenatori e i genitori dei bambini e dei giovani che praticano sport, le Società Sportive (dalle più piccole alle più grandi), le Federazioni Sportive e il C.O.N.I.
Oggi, ogni volta che c’è un problema nella cultura sportiva dei nostri bambini, si da la colpa al mondo dello sport professionistico, mentre si dovrebbe mettere sotto accusa chi in tutti questi anni non si è preoccupato di dare un’educazione sportiva ai giovani. Sarà compito poi dello Stato utilizzare gli elementi dello sport spettacolo che servono per incentivare e migliorare l’educazione sportiva dei giovani.
E’ chiaro che la responsabilità morale, educativa e sociale dei protagonisti dello sport professionistico non può essere dispersa, la figura del “personaggio pubblico” non si deve fermare al piacere che la popolarità e la fama gli conferiscono.
Il “campione” ha altre responsabilità, soprattutto nei confronti dei giovani, ad esempio propagandare i valori del confronto, del fair-play, dell’impegno e del sacrificio continuo per arrivare in alto.
Conclusioni
Ritengo personalmente che la soluzione concreta per fare in modo che lo sport diventi un fattore educativo, sia quella di migliorare l’Educazione Fisica e Sportiva nelle scuole, partendo da un numero maggiore delle ore dedicate a questa “materia”, affinchè diventi possibile che gli Insegnanti di Educazione Fisica e i laureati in Scienze Motorie e dello Sport possano trasmettere qualcosa che rimanga, anche dopo, come patrimonio dei cittadini e perché nello stesso tempo, serva a sviluppare una “cultura delle regole”.
Lo sport di alto livello ha, quindi, una doppia funzione:
- da un lato è uno spettacolo per se stesso, come un concerto rock;
- dall’altro è anche uno stimolo per avvicinare i giovani allo sport di base e questa possibilità di fare sport deve averla anche chi non è bravo.
Prof. Maurizio Mondoni