21/05/2026
LMJ Interview!
Le idee richiedono tempo per maturare e, nel loro racconto, per essere lette. Il 9.6.2026, alle ore 20, al Caffe Harmonie Lorenzo Frizzera si esibirà accompagnato da Tommaso Cifariello Ciardi (bass) e Matteo Giordani (drums). Abbiamo incontrato Lorenzo per scoprire di più sulla sua visione musicale...
Cosa ha portato di buono al jazzista Lorenzo suonare in contesti di musica "leggera"?
La mia esperienza nella musica pop, in particolare nella produzione con Anna Oxa, mi ha fatto capire in modo molto concreto che cosa significhi lavorare dentro una macchina produttiva importante, con un budget consistente, un palco grande, tecnici dedicati e una cura del dettaglio che nel mondo del jazz, almeno nei contesti più abituali, raramente si incontra con quella continuità. Per me è stato molto istruttivo trovarmi in una situazione in cui il mio suono non dipendeva solo da me, ma da un sistema: qualcuno preparava la strumentazione, qualcuno seguiva i cambi, qualcuno controllava che ogni elemento tecnico fosse al posto giusto. Questo ti obbliga a pensare alla musica non soltanto come gesto individuale, ma come parte di una costruzione collettiva molto più ampia, dove ogni dettaglio deve funzionare dentro lo spettacolo. Un altro aspetto che mi ha colpito molto è stato il ritmo della scena. In ambito jazzistico siamo spesso abituati a pause lunghe, a tempi più dilatati, a un certo margine di informalità tra un brano e l'altro. In un concerto pop, invece, tre secondi di pausa possono già sembrare molti.
Tutto deve scorrere con precisione: entrate, uscite, cambi di chitarra, cambi di suono, gestione delle apparecchiature, memoria della scaletta, rapporto con il palco. Devi avere in testa uno
spettacolo intero, magari di un'ora e quarantacinque minuti, non solo dal punto di vista musicale, ma anche da quello tecnico e scenico. Questo mi ha dato una disciplina molto utile. Mi ha insegnato che la professionalità non riguarda solo il saper suonare bene, ma anche il saper stare dentro un sistema complesso, rispettarne i tempi, comprendere il ruolo della musica dentro un evento più grande. E poi, naturalmente, c'è l'impatto fisico ed emotivo del suonare davanti a moltissime persone: con Anna Oxa mi è capitato anche di esibirmi davanti a circa centomila persone, e quella resta un'esperienza memorabile. C'è anche un aspetto più profondo. Nella musica pop l'elemento musicale, per quanto importante, è spesso subordinato allo spettacolo, alla comunicazione, all'immagine complessiva. Questo può essere anche spiazzante per chi viene da una formazione jazzistica, dove si tende a mettere la musica al centro in modo quasi assoluto. Ma proprio per questo è un'esperienza che costringe a farsi domande: perché ho scelto questo mestiere? Quale parte della musica mi
interessa davvero? Che rapporto c'è tra il suono, il pubblico, la scena, la professione? In questo senso la musica leggera mi ha dato molto, anche come occasione di riflessione sulla mia identità
musicale.
Potresti spiegare al nostro pubblico cos'è e cosa ti permette di fare la chitarra preparata?
La chitarra preparata nasce, almeno come idea generale, dall'esperienza del pianoforte preparato: uno strumento tradizionale viene modificato attraverso l'inserimento di oggetti che ne alterano il timbro, la risonanza, l'attacco, il comportamento fisico. Nel caso della chitarra elettrica possono bastare oggetti molto semplici: un pezzo di carta tra le corde, una molla, una molletta, una gomma da cancellare, piccoli materiali che interferiscono con la vibrazione e trasformano il suono. Mi interessa molto questo aspetto perché oggi siamo portati a pensare agli effetti quasi sempre in termini elettronici o digitali: pedali, plug-in, processori, computer. La chitarra preparata,invece, lavora su una forma di effettistica meccanica. Il suono cambia prima ancora di entrare nell'amplificatore, perché cambia il modo in cui la corda vibra. E questo produce una qualità molto viva, a volte instabile, piena di piccole sorprese. In fondo è una ricetta antica. Se pensiamo al rullante della batteria, o a certi tamburi, vediamo strumenti che non cercano un suono puro e completamente controllato, ma lasciano una parte di autonomia alla materia stessa. C'è qualcosa che vibra, risponde, sfugge leggermente alla volontà dell'esecutore. Per me questa zona è molto fertile: il musicista non domina completamente il suono, ma entra in relazione con lui. Mi piace paragonarlo alla pittura. È come se un pittore decidesse di non usare soltanto pennelli perfetti, ma anche oggetti irregolari: pezzi di legno, carta stropicciata, materiali che lasciano tracce imprevedibili. In quel momento il gesto dell'artista si unisce alla natura concreta dello
strumento. Il risultato non è più soltanto l'esecuzione di un'idea, ma un incontro tra intenzione, materia, caso e ascolto. Nel concerto di Lana utilizzerò anche alcuni di questi suoni, ma non in modo esclusivo. La chitarra preparata sarà una delle possibilità timbriche dentro un percorso più ampio, accanto ai suoni più riconoscibili della chitarra elettrica.
In quale direzione sta guardando la tua ricerca musicale in questo
momento?
In questo momento la mia ricerca musicale sta andando in una direzione che, per certi versi, mi sorprende. Per molti anni sono stato piuttosto contrario all'idea di musica descrittiva, perché ho
sempre pensato che la musica non fosse un linguaggio nel senso comune del termine. La musica può certamente costruire forme, tensioni, relazioni, atmosfere; può evocare emozioni anche
molto precise, come accade nel cinema, dove paura, sorpresa, potenza o malinconia vengono spesso codificate attraverso il suono. Ma non è un linguaggio univoco: non posso davvero
"tradurre" la primavera in una composizione, anche se Vivaldi, naturalmente, lo ha fatto in modo meraviglioso. Se una persona ascoltasse quella musica senza conoscerne il titolo e il contesto,
non è detto che penserebbe spontaneamente alla primavera.
Proprio per questo, per molto tempo ho diffidato della musica descrittiva. Oggi però sto usando un mondo immaginario non come semplice scenario narrativo, ma come veicolo creativo per
strutturare la composizione. Questo mondo si chiama Solaria: è una grande isola, più o meno estesa come l'Europa, formata da sette grandi nazioni, ognuna legata a un campo dell'esistenza
umana. Dentro questo mondo si sviluppano storie, luoghi, simboli, sistemi di misura, una teoria dei numeri, una geografia immaginaria e, naturalmente, musica. Da Solaria nasce una composizione incrementale che ho intitolato The Game of Music. Ogni
nuovo segmento corrisponde a un punto del racconto, a una scena, a un'immagine, a un problema compositivo. Proprio ieri ho pubblicato il quarto segmento, The Moving Machine. È un
progetto che mi rende molto felice perché mi permette di far confluire molte parti della mia vita creativa: la composizione, l'improvvisazione, la narrazione, la teoria musicale, il simbolismo,
perfino una certa forma di riflessione filosofica. Tra parentesi, l'isola di Solaria è costruita anche come un grande ciclo delle quinte, quindi la geografia stessa diventa una struttura musicale. La cosa più interessante, per me, è che la creazione di un mondo immaginario non serve a fuggire dal mondo reale, ma a guardarlo meglio. Inventare luoghi, popoli, strumenti, città e simboli mi permette di descrivere a me stesso la mia visione del mondo, di metterla alla prova, di trasformarla in forme musicali. In questo senso Solaria non è un ornamento della musica, ma una
macchina generativa: mi propone problemi che altrimenti non mi sarebbero mai venuti in mente. Adesso, per esempio, sto lavorando a un brano di 73,5 secondi, che corrispondono a 84 secondi solariani, cioè a un minuto nel sistema di Solaria. Il brano deve rappresentare un grande orologio collocato sulla torre di Yantra, la capitale della tecnica. Su quell'orologio campeggia la scritta "Tu sei ciò che fai", che dal mio punto di vista è una frase profondamente falsa. Musicalmente devo quindi rendere più livelli: il dispositivo che produce energia, gli ingranaggi interni, il meccanismo visibile agli abitanti della città e infine il significato simbolico che quell'orologio assume nella loro cultura. Fare tutto questo in poco più di settanta secondi è una sfida quasi f***e, ma è proprio il tipo di sfida che il mondo narrativo mi offre. Sto documentando questo processo ogni settimana sul mio canale YouTube, in una sorta di diario musicale. Lo faccio in parte per comunicare, ma soprattutto per mettere a fuoco la traiettoria del
lavoro. Il pubblico, per ora, è molto piccolo, probabilmente inferiore al numero di persone che abitano nella mia via; però il gesto di raccontare mi aiuta a capire meglio quello che sto facendo,
e nel tempo sta diventando anche un archivio prezioso del processo creativo. I brani, invece, vengono pubblicati su Spotify in una playlist intitolata The Game of Music, che idealmente
andrebbe ascoltata senza pause, perché l'idea è proprio quella di una composizione in crescita continua.
Cosa proporrai a Lana Meets Jazz?
A Lana Meets Jazz proporrò alcuni brani che ho scritto molto tempo fa. La sfida, per me, sarà rileggerli alla luce di ciò che sono oggi, cioè di una persona e di un musicista profondamente
cambiati. Sono composizioni che nascono da una struttura abbastanza riconoscibile: un tema, uno spazio di improvvisazione, una forma armonica. Ma non mi interessa riproporle come
documenti del passato, né conservarle in modo rigido.
Con Matteo Giordani alla batteria e Tommaso Cifariello Ciardi cercheremo piuttosto di trovare delle vie d'uscita dentro quei brani. Mi piace pensare che proveremo a scappare dalla loro prigione formale, non per negarli, ma per guardarli dall'esterno. È una pratica che facciamo spesso nei concerti a Rovereto: partire da una forma, riconoscerla, abitarla per un po', e poi cercare i punti in cui quella forma può aprirsi, deformarsi, lasciar passare altro.
Ci sarà quindi una componente di repertorio, ma anche una forte attenzione al presente dell'esecuzione: al suono, all'interazione, alla possibilità che un brano scritto molti anni fa diventi il luogo in cui incontrare il musicista che sono adesso. In questo senso non sarà un concerto nostalgico, ma un tentativo di mettere in dialogo memoria e trasformazione.