07/09/2015
Articolo "Il falerno, la prima doc della storia" di Pietro Falco.
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Marco Anneo Lucano ricorda che Giulio Cesare, dopo aver sconfitto Pompeo Magno, invitò Cleopatra a brindare con un “falerno dalla spuma sottile”. Mentre Virgilio, nelle Georgiche, afferma che “non c’è altro vino a contendergli il primato”. Non è certo un caso, d'altro canto, che sul banchetto allestito da Trimalcione, caricatura del liberto arricchito, che ci tiene ad esibire lo sfarzo assoluto degno della sua nuova condizione, Petronio collochi un “Falerno Opimiano di cent’anni”. E probabilmente non si tratta nemmeno di un'iperbole, visto che anche uno storico serio e rigoroso come Plinio racconta che ai suoi tempi nelle celle vinarie erano custodite anfore di Falerno di più di 160 anni.
Non era solo il vino più pregiato e famoso dell'epoca classica, ampiamente citato da quasi tutti i principali autori latini. Il Falerno rappresenta di fatto il primo cru della storia. O la prima Doc, se preferite: perché per la prima volta un vino venne identificato col suo territorio, quell'Ager Falernus che dalle pendici del monte Massico si estendeva fino al fiume Savone, lungo la via Appia.
Plinio nella Naturalis Historia e qualche secolo dopo Columella nel De re rustica ne fecero una sorta di classificazione. Mentre Diodoro Siculo scrive che per comprarne un'anfora servivano 33 denari: più o meno il costo di uno schiavo. E nell'89 avanti Cristo fu necessario addirittura un editto consolare per calmierarne il prezzo salito ormai alle stelle. Ciò nonostante, sotto Diocleziano valeva ancora di più: 60 denari, “ossia due Padreterni", come chiosò qualche anno fa lo storico Giuseppe Guadagno.
E come ogni cru che si rispetti, il falerno veniva esportato in tutto il mondo allora conosciuto. Dall'antica Sinuessa, o dal porto vinario della foce del Garigliano, grandi navi trasportavano quelle anfore bollate attraverso l'intero Mediterraneo: gli archeologi le hanno ritrovate ad Alessandria d'Egitto, a Cartagine, in Bretagna e in Spagna. Tra l'altro, uno dei produttori ed esportatori più importanti fu una donna, tale Caedicia Vietrix.
Ma con una richiesta sempre più difficile da soddisfare, cominciarono le sofisticazioni. Sempre Plinio riferisce che già ai suoi tempi circolavano molti vini adulterati che venivano fatti passare per falerno. Tra i trucchi utilizzati c'era quello di aggiungere a vinelli di bassa qualità la feccia della vendemmia delle uve del falerno, per provare a carpirne i profumi residui.
Il declino cominciò ovviamente con la fine dell'impero romano. Anche se le citazioni contenute nei testi della scuola medica salernitana dimostrano che nel medioevo la sua fama ancora resisteva. E di fatto nemmeno l'epidemia di fillossera che alla fine dell'Ottocento ne distrusse tutti i vitigni, riuscì a spazzarne via la sua storia plurimillenaria. Perché nel giro di pochi anni un illuminato produttore di Mondragone, il barone Falco, provvide a farlo rinascere importando dalla Puglia il vitigno del primitivo, un vino di grande struttura che già ai tempi di Orazio veniva considerato simile al falerno. Qualche decennio dopo, negli anni '70, l'avvocato napoletano Francesco Paolo Avallone decise di scommettere invece sull'aglianico, ritenendo che le radici del falerno coincidessero con il vino impiantato dagli ellenici nella Magna Grecia. Oggi entrambe le versioni sono contemplate nel disciplinare della Doc approvato definitivamente nel 1989.
Pietro Falco