03/03/2025
Da diversi anni assistiamo al tentativo da parte di lobbies sementiere di far approvare, in molti Paesi del mondo e tramite diverse strategie e tecniche di pressione, la deregolamentazione di semi e piante modificate geneticamente mediante “nuove tecniche genomiche” che a loro dire riproducono in laboratorio l’evoluzione ‘naturale’, e vanno quindi esentate dai vincoli imposti agli OGM vent’anni fa in varie forme e a vari livelli da molti Paesi del mondo (tra cui l’Italia in cui la coltivazione e l’importazione di cibo destinato al consumo umano sono vietati).
Per sfuggire alle regole in essere questi prodotti di ingegneria genetica sono anche stati chiamati con altre sigle: NGT, NBT, TEA (in Italia).
La spinta all’utilizzo senza restrizioni di questi prodotti da laboratorio non arriva però solo dalle multinazionali delle sementi ma anche dalla ricerca. Al giorno d’oggi la vita stessa diviene produttrice di guadagno: la biologia molecolare, la nascita della bioinformatica e i brevetti genetici portano alla visione del DNA come informazione, privatizzabile e su cui ricavare un profitto.
Negli ultimi decenni è diventato quindi sempre più palese quanto il legame tra ricerca pubblica ed interessi privati sia stretto, la nuova figura del ricercatore-imprenditore ne è un chiaro esempio.
L’Università è ormai pervasa dal cosiddetto “partenariato pubblico-privato”: esso fa sì che la ricerca di base avvenga nelle Università pubbliche (finanziate dai cittadini) e quando esse producano conoscenze sfruttabili commercialmente e brevettabili, si creino spin off e start up private, spesso di proprietà anche degli stessi ricercatori (il massimo esempio è dato dalle ricercatrici Charpentier e Doudna, Premi Nobel 2020 per la Chimica, e proprietarie di società private per la commercializzazione della biotecnologia oggi utilizzata per i nuovi OGM).
Ecco la nuova Alchimia – con il “trasferimento tecnologico” avviene la trasmutazione in profitto privato dei beni comuni (saperi e strutture pubbliche).
Nonostante l’appoggio da parte di alcuni governi, come quello italiano, che nel “decreto siccità” del 2023 ha introdotto l’autorizzazione a sperimentare in campo aperto alcune di queste piante (pomodori, vite, riso), sta crescendo l’opposizione contro la loro coltivazione così come stanno crescendo gli interrogativi sull’effetto che i nuovi OGM potrebbero avere sulla salute umana e animale nel medio-lungo periodo.
Se la deregolamentazione in Europa venisse approvata eliminerà anche la libertà di scelta per produttori e cittadini, perché la maggior parte dei nuovi OGM non sarà più rintracciabile e non sarà indicato nell’etichetta dei prodotti alimentari la loro presenza.
Inoltre, non ci sarà più l’obbligo di pubblicare i metodi per identificare e rilevare le nuove piante OGM e la maggior parte di esse non potrà essere rintracciata dopo l’emissione nei terreni agricoli o in ambiente, per cui anche le coltivazioni biologiche, come qualsiasi campo e orto, potrebbero contaminarsi con piante e semi geneticamente modificati.
Non è forse diritto di ogni cittadina/o scegliere cosa mangiare e scegliere di NON mangiare OGM?
Non è forse diritto di ogni contadina/o scegliere cosa coltivare e scegliere di NON coltivare OGM?
Le modifiche del vivente da parte dei sostenitori dei nuovi OGM sono presentate come unica soluzione per affrontare i cambiamenti climatici (siccità, alluvioni, patologie, ecc.) e per i problemi creati dal massiccio uso di pesticidi e fertilizzanti; esse sono celebrate come unica via per la sopravvivenza degli agricoltori.
Insieme alla scienza libera noi riteniamo invece che queste condizioni siano proprio causate dall’agroindustria e dal contesto socioeconomico che la sostiene.
La realtà che viene presentata in consessi in cui si celebrano queste nuove tecnologie è sempre parziale. Esistono metodi di coltivazione, utilizzati da milioni di contadini/e nel mondo (anche in Italia!) che, senza pesticidi e diserbanti, senza l’utilizzo di fertilizzanti chimici di sintesi e senza ricorrere a semi geneticamente modificati, nutrono la popolazione e producono reddito. Le alternative all’agricoltura agroindustriale ci sono, ed una volta apprese rendono il/le contadini/e liberi/e dall’acquisto di semi e piante brevettate.
Perché si sente solo parlare di un’agricoltura che utilizza i prodotti delle multinazionali e non di un’agricoltura che si basa su saperi e metodi agroecologici e sugli studi liberi da interessi economici? Forse il secondo tipo non è funzionale ad un sistema economico e culturale che si basa sul profitto?
Le grandi multinazionali attive nei settori della chimica, delle sementi e dell’agricoltura digitalizzata, in collaborazione con le istituzioni, hanno contribuito negli anni a creare un grave declino della fertilità del suolo e della biodiversità, un esteso inquinamento ambientale, un aumento delle patologie legate alla nutrizione.
Queste dinamiche hanno generato un diffuso disagio e un forte squilibrio nel settore, che da un lato vede una drastica riduzione del numero degli agricoltori e dall’altro vede l’espansione della dimensione media delle aziende agricole e il loro soffocamento economico da parte di banche, assicurazioni e fondi europei orientati all’industria.
Le soluzioni non vanno ricercate continuando sugli stessi binari che ci hanno condotto fin qui, ma piuttosto muovendoci verso una nuova direzione!
Le scelte che influenzeranno e modificheranno per sempre il modo di fare agricoltura, e che metteranno a rischio la nostra salute, vengono imposte come misure unilaterali calate dall’alto nel rifiuto di ogni contraddittorio. Il confronto pubblico a livello istituzionale (governo, organizzazioni professionali, Università) è inesistente e qualunque voce critica viene liquidata come frutto di movimenti antiscientifici.
Nel mondo, in Italia ed in Europa in tanti chiedono un confronto e chiedono di mettere un freno al processo di deregolamentazione: l’11 febbraio Greenpeace Europe ha reso pubblica una Dichiarazione Congiunta firmata da oltre 200 organizzazioni, tra le italiane di spicco: Slow Food, Legambiente, Associazione Medici per l’Ambiente, Arci Nazionale, tutte le realtà dell’agricoltura biologica nonché EUROCOOP, la federazione delle cooperative di consumo a cui aderisce Coop Italia.
Vogliamo accusare tutte queste realtà di antiscientismo?
Il cibo sano, senza pesticidi e diserbanti ma ricco di proprietà nutritive, nasce dalla cultura contadina e da un approccio produttivo, scientifico e di studio, applicato in armonia con gli ecosistemi. È da qui e dall’idea di rapporti e modi di produzione non capitalistici, che si possono affrontare le sfide climatiche e patogene del nostro tempo. La manipolazione genetica è incompatibile con tutto questo quindi noi ci opponiamo alla deregolamentazione e sosteniamo il diritto dei paesi di vietare la coltivazione sul proprio territorio.
Link a documenti utili:
DICHIARAZIONE CONGIUNTA 200 ORGANIZZAZIONI
https://www.croceviaterra.it/200-organizzazioni-mettono-in-guardia-dallimpatto-dei-nuovi-ogm-su-contadini-e-pmi-sementiere/
ARTICOLO “I falsi miti dei nuovi OGM” della biologa Daniela Conti (articolo completo scaricabile in fondo alla pagina)
https://retecontadina.it/agenda/304-i-falsi-miti-dei-nuovi-ogm-di-daniela-conti
di Daniela ContiE’ sconcertante constatare l’assenza di un vero dibattito scientifico su un tema così importante come la forse imminente deregolamentazione dei nuovi OGM in Europa. La loro introduzione avrebbe infatti conseguenze gravi e irreversibili: contaminare tutte le altre colture e gli e...