23/08/2020
Questi sono alcuni dei motivi per cui abbiamo deciso di impegnarci nella realizzazione del BLACK MAMBA STREETBALL!
Buon compleanno Campione, ovunque tu sia!
- 1984. Claudio Di Fazi, figlio di Italo, per farlo divertire, decise di schierare Kobe, 6 anni all'epoca, nel trofeo minibasket di Rieti, malgrado avesse due-tre anni in meno dei giocatori ammessi. Kobe non avrebbe potuto giocare ma l’allenatore della squadra avversaria, Gioacchino Fusacchia, chiuse un occhio: «Così piccolo cosa potrà mai fare?» pensò candidamente. Invece, non appena iniziò la partita, Kobe si impossessò della palla e andò a segnare. Gli avversari effettuarono la rimessa ma Kobe intercettò la palla e segnò ancora. Nuova rimessa avversaria e nuova palla rubata e nuovo canestro di Kobe. Si andò avanti così per altre 4 o 5 azioni. Nessun altro, tra compagni ed avversari, riusciva più a toccare la palla. A quel punto qualche bambino cominciò a piangere, i genitori si spazientirono e Fusacchia chiamò subito time-out per andare dall’amico Di Fazi e dirgli: «O togli subito Kobe dal campo o faccio un macello e ritiro la squadra perché è pure fuori età!».... «Ok – rispose rassegnato Claudio – ma ora chi glielo spiega a Kobe?» il quale infatti non capì perché doveva abbandonare la partita e scoppiò in un pianto dirotto. Dovettero inventarsi l’immaginario trofeo di miglior giocatore del torneo per consolarlo.
- 1988. Quando Kobe Bryant ha 10 anni la Reggiana riesce sfatare un grande tabù. Dopo tante sconfitte batte in finale l'acerrimo nemico, la squadra di Novellara, paese in provincia di Reggio e grande fucina di talenti. Non vincono, ma stravincono di 30 punti. Kobe ne mette "solo" una trentina. "Solo" perché per regolamento nessuno poteva giocare più di due quarti. Già a quell'età la passava poco, ma incantava tanto.
- A 11 anni, mentre si allena a Reggio Emilia si fa male al ginocchio. Nulla di grave ma scoppia a piangere a dirotto nello spogliatoio. Il capitano della squadra prova a consolarlo ma Kobe lo manda a quel paese urlando che quell’infortunio avrebbe precluso il suo approdo in NBA. Tutti i compagni scoppiano a ridere. Ma 7 anni dopo...
- 1989. Cutigliano, camp estivo di basket vicino Pistoia (foto). Kobe, 11 anni, essendo più bravo degli altri bambini, insiste per sfidare 1 contro 1 uno degli allenatori del camp. Il coach, però, per paura di perdere, cambia le regole standard e alla fine riesce a vincere di 1. Kobe lo ha stressato tutto la settimana per avere la rivincita. Andava a bussargli di notte in camera per chiedergli la rivincita. Gli ha chiesto la rivincita anche 20 anni dopo, quando, i due, si sono rivisti a New York.
- 1990. Montecatini. Torneo "Piattelli", in campo tanti giocatori di categoria ed ex giocatori. Il papà Joe chiede agli organizzatori di poter buttare nella mischia per qualche minuto il suo bambino. Arriva il suo turno, coach Ialuna, controvoglia, lo fa entrare in campo. E' sicuro che possa rovinare l'andamento della partita. Gli avversari gli lasciano spazio per non infierire su un bambino con una canotta che gli arriva alle ginocchia. Primo tiro, tripla realizzata. Secondo tiro, 2/2 da tre. Oggi, ad anni di distanza, c'è una foto di gruppo con Kobe 12 enne. Dietro c'è una dedica di coach Ialuna: "Ho allenato benzinai, ristoratori, geometri, e anche Kobe Bryant".
- 7 anni dopo il dolore al ginocchio a Reggio, in una palestra di Inglewood: Jerry West, GM dei Lakers, vede per la prima volta Kobe e se ne innamora perdutamente. Nella prima occasione lo fa giocare uno contro uno con Michael Cooper, 40enne assistente della squadra ancora in ottima forma e miglior difensore dell’anno NBA nel 1987. La seconda contro Dontae Jones, reduce dalle Final Four NCAA disputate con Mississippi State. Kobe li distrugge entrambi, costringendo il secondo a gettare la spugna dopo essere stato umiliato. West non ha bisogno di altro: “Mai visto in vita mia un workout come quello. Quando dissi che avevo visto abbastanza, dicevo sul serio: bisogna avere una certa cattiveria per giocare a basket al più alto livello, e anche la freddezza dell’assassino: Kobe le aveva entrambe”.
- Luke Walton: "Una sera avevo bevuto troppo e il giorno dopo c'era allenamento. Kobe Bryant disse al resto della squadra che nessuno aveva il permesso di aiutarmi in difesa e che io avrei dovuto difendere su di lui per tutto l'allenamento. Segnò più o meno 70 punti".
- Jamal Crawford: "Un giorno sono entrato in palestra e Kobe stava tirando dal gomito dell’area. Gli ho chiesto “da quanto sei qui?” e lui mi ha risposto “da venti minuti”. Anche a me andava di fare un po’ di tiro e gli ho chiesto se gli andasse di fare una gara. “Non posso” mi rispose “ho appena iniziato con questo tiro”. Gli chiesi se da venti minuti stesse tirando dallo stesso gomito dell’area e mi rispose di sì. “Torna fra 40 minuti, per allora dovrei avere finito”. Me ne andai, ma non volevo credere che una persona potesse ti**re per un’ora intera dalla stessa, noiosissima posizione, così tornai 35 minuti dopo e lui era ancora lì. Da 55 minuti tirava dalla stessa identica inutile posizione senza neppure muovere i piedi".
- Shaquille O'Neal: "Entrai in palestra e me lo trovai lì. La cosa non mi sorprese particolarmente, anzi, in realtà capitava tutti i giorni. Ma quel giorno c’era qualcosa di strano: non c’era neppure un pallone in tutto il palazzetto, eppure lui era sudato fradicio. Stava provando, completamente da solo, dei movimenti senza palla, robe tipo tagli, blocchi, allontanamenti. Gli chiesi se fosse impazzito. Mi rispose che non capiva come mai nessun altro lo facesse".
- 1997, Adidas Playground League, torneo estivo di basket, tappa di Milano. Dario Licari racconta: "Ero un giocatore amatoriale di calcio, a basket facevo schifo, ma partecipai al torneo con degli amici. Avevo i dread, giravo per gli stand con un cappello da vichingo e un cartello con su scritto “Applausi” e dietro “non vi sento”. Gli organizzatori mi assegnarono il premio simpatia del torneo... e mi invitarono a partecipare alla partita delle stelle. In campo, io, Andrea Meneghin, Joe e Kobe Bryant, allora 19 enne. Mi sono presentato in inglese, con una frase scolastica. Ma lui mi ha risposto in italiano lanciandomi una sfida. Se gli avessi fatto un canestro in faccia, mi avrebbe regalato qualcosa. Io ho puntato subito alle scarpe. Lui ha accettato... Primo pallone, del match, anziché passarla, faccio due passi indietro e tiro da centrocampo. Tabellata e... canestro. E' scoppiato un boato incredibile. A fine partita, come promesso, Kobe mi ha regalato le sue Adidas Crazy 8. Ho provato a metterle alcune volte con tre paia di tubolari, ma sono un numero improponibile...".
- Ron Artest: "Sapevo della sua ossessione per il lavoro da solo, e mi convinsi che anche solo per un giorno, sarei dovuto arrivare in palestra prima di lui. Il primo giorno giunsi al palazzetto due ore prima dell’allenamento, e me lo trovai lì. Allora mi presentai tre ore prima dell’allenamento, e lui era lì. Il giorno dopo, per ripicca, arrivai 4 ore prima dell’allenamento, e lui era lì. Mi parve incredibile e gli chiesi “ma non hai due bambine da portare a scuola?” “certo, mi disse, le ho portate alle otto” “non è possibile, sono arrivato alle sette e mezzo e ti ho visto qui”. “Tu mi hai chiesto se ho portato le mie figlie a scuola, non a che ora sono arrivato”.
- Marcelo Huertas: "Giocavamo contro Utah, in una serie di partite lontano da casa. Non fui abbastanza rapido a leggere una situazione di pick and roll e la palla mi scappò dalle mani perchè non ero pronto. Chiesi scusa a Kobe che mi aveva fatto il passaggio e lui mi disse di non preoccuparmi e di stare concentrato. La sera, in albergo, stavo per prendere sonno quando sentii bussare alla porta della camera. Entrò Kobe con un iPad su cui aveva messo la registrazione della partita e mi fece rivedere quel pick and roll sbagliato per dieci volte di seguito"
- Olimpiadi di Londra 2012, Team Usa. Il primo giorno di preparazione, Kobe chiede il numero di telefono al preparatore fisico. Lo chiama dopo l'allenamento per chiedergli di fare lavoro individuale. Ore 4:15 del mattino... Alle 4:45 i due si trovano in palestra. Lavorano insieme per circa 2 ore, poi il preparatore torna a letto mentre Kobe continua con gli esercizi. Alle 11 ci sarebbe stato allenamento di squadra, e quando il preparatore è arrivato, LeBron, Durant e Melo stavano chiacchierando, ma nell'altra metà campo c'era Kobe sudato che tirava da solo. Il preparatore si avvicina per dirgli che avevano fatto un bel lavoro insieme qualche ora prima. Kobe annuisce. Il preparatore gli chiede a che ora ha finito con gli esercizi. Kobe fa l'ultimo tiro, si gira, lo guarda dritto negli occhi e gli risponde "Proprio adesso".
42 anni fa nasceva Kobe Bryant. Il bambino che non si separava mai dalla palla. Il ragazzo che distruggeva ogni avversario. Il Campione che ha scritto pagine di storia della pallacanestro. Il papà che avrebbe fatto qualsiasi cosa per la sua famiglia.
Quel sorriso, quello sguardo magnetico, tutto ciò che ci ha regalato nella sua breve vita: chiudiamo gli occhi e ce li abbiamo sempre lì, impressi nel cuore e nella mente.
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(foto di Gianluca Giuntoli, aneddoto di Rieti via BASKET RIETI)