Jago è uno dei grandi cattivi della letteratura drammatica e anche uno dei più problematici: Jago porta Othello, suo generale, a impazzire di gelosia, e a perdere moglie (che uccide), onore e vita. Abbiamo due persone fuori dal comune, Othello e Jago, legati tra loro in servizi militari su campi cristiani e pagani. Hanno sofferto, vinto, ucciso insieme, legandosi l’uno all’altro in maniera indisso
lubile. Ma non assoluta: qualcosa si incrina, cosa: il rientro a Venezia, al quotidiano senza guerra? La nomina a luogotenente di Cassio (e non di Jago come lui stesso si sarebbe aspettato)?. Che cosa spinge Jago? In scena un attore, solo, ma con due facce. Ripercorre le tappe di Jago, attraverso i monologhi di Shakespeare. Rilegge la vicenda scontrandosi con se stesso e con i fantasmi che lui stesso crea. Diventando anche Othello, per gioco, per studio, per necessità quando capisce che lui, Othello, non potrà mai esserlo
Intorno un corpo di ballo che è attore e spettatore, e che genera scontro, conflitto, aggressione o disgregazione, nel tentativo di opporsi al piano diabolico. Che racconta la gelosia montante di Othello, l’innocenza di Desdemona, la sofferenza di Cassio. Uno spettacolo in cui il teatro si scontra con la danza, senza pietà. Per raccontare, la parte più nera che abita nel cuore di Jago, ma che abita forse anche nel cuore di tutti noi. Coreografie di Varhynia Ziliotto. Adattamento, interpretazione e Regia di Solimano Pontarollo.