09/04/2018
Abbiamo fatto passare qualche giorno per risolvere questioni pratiche, metabolizzare la cosa in sé, riflettere su come ci saremmo dovuti muovere, capire le mosse da fare per reagire nel modo giusto. Forse però il modo giusto non esiste, da un lato siamo sopraffatti dalla rabbia, dall'altro tentiamo di razionalizzare ma cadiamo sempre in un vorticoso loop di pensieri. I fatti sono tristemente semplici, Federico, ventun anni, torna a casa dal suo primo giorno di lavoro e quando esce dalla stazione metro Tiburtina alle 17:30 di un qualunque giovedì si imbatte in quattro ragazzi che, dopo avergli indirizzato qualche insulto random, decidono di seguirlo, di puntargli un coltello alla schiena, di portarlo in un angolo e di spiegargli 'cosa facciamo qui a Roma a quelli come te'. La loro sembra essere quindi un'azione educativa o in questo caso forse meglio dire epurativa. Pugni in faccia, calci, Federico è già a terra, lo colpiscono in quattro alla testa, su tutto il corpo, sui genitali. Mentre sanguina gli prendono il cellulare e il portafogli dalla borsa che poi gli restituiscono, 'riprenditi la tua borsa da fr0ci0', insieme a qualche sputo. Il coltello glielo puntano anche in faccia, 'se vai dagli sbirri noi lo veniamo a sapere e la prossima volta ti apriamo'. Federico quando ripercorre questi momenti, prima con noi e poi con la polizia, lo fa con un turbinio di emozioni difficili da afferrare, sono tantissime e incredibilmente potenti, c'è paura, sdegno, rabbia, indignazione, turbamento ma c'è soprattutto una gran consapevolezza di sé e la necessità di vomitare e sputare addosso al mondo la propria autodeterminazione, di rivendicare la libertà di essere esattamente quello che si è, di non abbassare la testa neanche di fronte alla più codarda violenza. Federico descrive quei tre minuti di delirio nitidamente, ricorda i suoi aggressori, uno di loro ha una croce celtica tatuata sulla testa. Il quadro è chiarissimo e disarmante. In pieno giorno all'uscita di una delle stazioni più trafficate della capitale, davanti all'edificio di una banca, con telecamere appese ad ogni angolo di palazzo, quattro idioti, italiani, romani, fascisti, decidono di mettere in pratica un atto di una violenza disumana e inaudita con il fine di dare una lezione e di liberare la loro città dai fr0ci. Da 'quelli come te', per utilizzare le parole che hanno rivolto a Federico. E lo fanno sapendo di essere riconoscibilissimi perché evidentemente si credono invincibili, sono convinti di fare qualcosa di educativo, si sentono pericolosamente legittimati ad agire in questo modo. La cosa preoccupante è proprio questa, il male dei nostri tempi sta tutto dentro le loro convinzioni. In pieno giorno, in mezzo a gente che assiste e non muove un dito, appena i quattro si allontanano, Federico si rialza e un vigilante della banca lo fa entrare negli uffici a fare una telefonata. Nessuno ha chiamato neanche un ambulanza, ci penserà Nicco, coinquilino di Federico, non appena viene avvisato dell'accaduto. È l'indifferenza che uccide, la totale mancanza di empatia che ci rende vuoti e vergognosi. Una delle donne in servizio sull'ambulanza consiglia a Federico di non dire che l'hanno insultato in quanto omosessuale, ché non servirebbe a niente. Il dottore al Pronto Soccorso chiede alla collega di seguire il caso in quanto particolarmente delicato e più adatto ad una donna. Il teatro è imbarazzante, si aggiungono miserie ad un quadro già profondamente triste. Ma questo è il viaggio di Federico nel grande vuoto di questo paese, nell'odio che popola le nostre strade, nell'idiozia che si respira ogni giorno. Federico lavora con noi per Nostri i corpi nostre le città e questa è l'immagine bellissima di U s k A con cui è nato il nostro Festival Q***r che lui ci aiuta a promuovere sin da quando si è trasferito a Roma qualche mese fa. Il mese scorso lui parlava con Mykki Blanco di come attraverso l'arte ci si possa riappropriare di un'umanità quasi dimenticata, insieme discutevano del coraggio che serve per continuare ad essere quello che siamo e dell'importanza di creare e utilizzare nuovi spazi, estranei alle solite logiche del divertimento, dove far crescere i semi della nostra intelligenza, dell'interazione tra i nostri mondi e della celebrazione delle nostre differenze. Tutto questo avveniva dentro lo SPIN TIME LABS che è di fatto un cantiere di rigenerazione urbana durante una serata che è stata un'esplosione di libertà e di amore. Quella stessa libertà, diretta nemica dell'odio di cui Federico è stato vittima giovedì scorso. Ventun anni di idee e sogni chiari, ventun anni di coraggio e decisione. Noi siamo stati con lui sempre da quel momento perché quello è il nostro posto, perché questo è il senso più profondo delle cose che facciamo. Perché riguarda tutte e tutti noi anche se toccano uno solo. Perché cambiare rotta a questa deriva indecente è davvero possibile, a condizione che lo si faccia insieme, senza smettere neanche un secondo di essere inclusivi, e che non ci si barrichi dietro a un pensiero, a una convinzione o tra i confini del nostro giardino. A condizione che lo si faccia per le strade delle nostre città, lottando ogni giorno attraverso le nostre azioni che raccontano molte più cose di tante parole. C'è una comunità di persone che sanno davvero quanto sia facile amare e amarci, insieme balleremo via anche l'odio, sarà la nostra rivoluzione, quella che questo paese non ha mai avuto. E sarà la più bella, dolce e spietata di tutte.
Abbiamo fatto passare qualche giorno per risolvere questioni pratiche, metabolizzare la cosa in sé, riflettere su come ci saremmo dovuti muovere, capire le mosse da fare per reagire nel modo giusto. Forse però il modo giusto non esiste, da un lato siamo sopraffatti dalla rabbia, dall'altro tentiamo di razionalizzare ma cadiamo sempre in un vorticoso loop di pensieri. I fatti sono tristemente semplici, Federico, ventun anni, torna a casa dal suo primo giorno di lavoro e quando esce dalla stazione metro Tiburtina alle 17:30 di un qualunque giovedì si imbatte in quattro ragazzi che, dopo avergli indirizzato qualche insulto random, decidono di seguirlo, di puntargli un coltello alla schiena, di portarlo in un angolo e di spiegargli 'cosa facciamo qui a Roma a quelli come te'. La loro sembra essere quindi un'azione educativa o in questo caso forse meglio dire epurativa. Pugni in faccia, calci, Federico è già a terra, lo colpiscono in quattro alla testa, su tutto il corpo, sui genitali. Mentre sanguina gli prendono il cellulare e il portafogli dalla borsa che poi gli restituiscono, 'riprenditi la tua borsa da fr0ci0', insieme a qualche sputo. Il coltello glielo puntano anche in faccia, 'se vai dagli sbirri noi lo veniamo a sapere e la prossima volta ti apriamo'. Federico quando ripercorre questi momenti, prima con noi e poi con la polizia, lo fa con un turbinio di emozioni difficili da afferrare, sono tantissime e incredibilmente potenti, c'è paura, sdegno, rabbia, indignazione, turbamento ma c'è soprattutto una gran consapevolezza di sé e la necessità di vomitare e sputare addosso al mondo la propria autodeterminazione, di rivendicare la libertà di essere esattamente quello che si è, di non abbassare la testa neanche di fronte alla più codarda violenza. Federico descrive quei tre minuti di delirio nitidamente, ricorda i suoi aggressori, uno di loro ha una croce celtica tatuata sulla testa. Il quadro è chiarissimo e disarmante. In pieno giorno all'uscita di una delle stazioni più trafficate della capitale, davanti all'edificio di una banca, con telecamere appese ad ogni angolo di palazzo, quattro idioti, italiani, romani, fascisti, decidono di mettere in pratica un atto di una violenza disumana e inaudita con il fine di dare una lezione e di liberare la loro città dai fr0ci. Da 'quelli come te', per utilizzare le parole che hanno rivolto a Federico. E lo fanno sapendo di essere riconoscibilissimi perché evidentemente si credono invincibili, sono convinti di fare qualcosa di educativo, si sentono pericolosamente legittimati ad agire in questo modo. La cosa preoccupante è proprio questa, il male dei nostri tempi sta tutto dentro le loro convinzioni. In pieno giorno, in mezzo a gente che assiste e non muove un dito, appena i quattro si allontanano, Federico si rialza e un vigilante della banca lo fa entrare negli uffici a fare una telefonata. Nessuno ha chiamato neanche un’ambulanza, ci penserà Nicco, coinquilino di Federico, non appena viene avvisato dell'accaduto. È l'indifferenza che uccide, la totale mancanza di empatia che ci rende vuoti e vergognosi. Una delle donne in servizio sull'ambulanza consiglia a Federico di non dire che l'hanno insultato in quanto omosessuale, ché non servirebbe a niente. Il dottore al Pronto Soccorso chiede alla collega di seguire il caso in quanto particolarmente delicato e più adatto ad una donna. Il teatro è imbarazzante, si aggiungono miserie ad un quadro già profondamente triste. Ma questo è il viaggio di Federico nel grande vuoto di questo paese, nell'odio che popola le nostre strade, nell'idiozia che si respira ogni giorno. Federico lavora con noi per Nostri i corpi nostre le città e questa è l'immagine bellissima di U s k A con cui è nato il nostro Festival Q***r che lui ci aiuta a promuovere sin da quando si è trasferito a Roma qualche mese fa. Il mese scorso lui parlava con Mykki Blanco di come attraverso l'arte ci si possa riappropriare di un'umanità quasi dimenticata, insieme discutevano del coraggio che serve per continuare ad essere quello che siamo e dell'importanza di creare e utilizzare nuovi spazi, estranei alle solite logiche del divertimento, dove far crescere i semi della nostra intelligenza, dell'interazione tra i nostri mondi e della celebrazione delle nostre differenze. Tutto questo avveniva dentro lo SPIN TIME LABS che è di fatto un cantiere di rigenerazione urbana durante una serata che è stata un'esplosione di libertà e di amore. Quella stessa libertà, diretta nemica dell'odio di cui Federico è stato vittima giovedì scorso. Ventun anni di idee e sogni chiari, ventun anni di coraggio e decisione. Noi siamo stati con lui sempre da quel momento perché quello è il nostro posto, perché questo è il senso più profondo delle cose che facciamo. Perché riguarda tutte e tutti noi anche se toccano uno solo. Perché cambiare rotta a questa deriva indecente è davvero possibile, a condizione che lo si faccia insieme, senza smettere neanche un secondo di essere inclusivi, e che non ci si barrichi dietro a un pensiero, a una convinzione o tra i confini del nostro giardino. A condizione che lo si faccia per le strade delle nostre città, lottando ogni giorno attraverso le nostre azioni che raccontano molte più cose di tante parole. C'è una comunità di persone che sanno davvero quanto sia facile amare e amarci, insieme balleremo via anche l'odio, sarà la nostra rivoluzione, quella che questo paese non ha mai avuto. E sarà la più bella, dolce e spietata di tutte.