29/01/2026
“Avevo 14 anni. E mia madre è stata uccisa da mio padre.
Da quel giorno sono diventato un orfano di femminicidio. Un bambino pieno di paura, dolore e senso di colpa. Un bambino che non capiva, che non aveva gli strumenti per capire, che aveva solo bisogno di aiuto e amore.
Io e mia sorella abbiamo attraversato un periodo buio, dolorosissimo.
Siamo cresciuti in una casa segnata dalla violenza, prima e dopo la morte di mamma.
La famiglia di mamma era lontana e così siamo rimasti a Udine con i nonni paterni, che difendevano papà e accusavano lei.
Mi hanno costretto, anche con piccoli ricatti, a incontrare mio padre in carcere quando ero ancora troppo piccolo per comprendere la gravità del suo gesto.
Quando sei bambino ti lasci influenzare, pensi che quella sia la normalità.
La consapevolezza è arrivata solo lentamente.
Io la chiamo rinascita.
Perché puoi cadere, ma poi ti rialzi.
Quando ho saputo del femminicidio di Anguillara, mi sono venuti i brividi.
Mi sono rivisto bambino: un orfano che ha bisogno di tanto aiuto e amore per superare angoscia, dolore e senso di colpa.
Vorrei incontrare quel bambino, lui e i nonni materni.
Vorrei dire loro di cercare dentro di sé, senza avere paura, tutta la forza e il coraggio per andare avanti.
Gli orfani di femminicidio sono quasi soli al mondo.
È spaventoso.
C’è una legge che li tutela in parte, quando sono minorenni e fino ai 26 anni se non hanno mezzi, con agevolazioni per psicologi e scuola, ma poi si rimane soli.
Se non hai chi ti aiuta, non vedi la luce.
Serve una presa in carico a 360 gradi da parte dello Stato.
Serve una rete di sostegno: assistenti sociali, psicologi, affiancamento allo studio e, più avanti, avviamento al lavoro.
Oggi tutto questo non c’è.
Le persone intorno al bambino non sono preparate, i nonni e i parenti sono anch’essi vittime.
Serve aiuto fin da subito, anche per i nonni.
Oggi esiste il reato di femminicidio, con l’ergastolo.
Ma l’inasprimento delle pene non basta.
Bisogna cambiare mentalità.
Per questo sto lavorando a un progetto che ho chiamato Rinascita, perché puoi cadere ma poi ti rialzi.
E per questo vado nelle scuole a sensibilizzare i ragazzi.
Ho scoperto una cosa che non immaginavo: alle medie sono tantissimi i maschi che parlano e fanno domande, alle superiori quasi soltanto le ragazze.
È troppo tardi.
Quando sei piccolo c’è un imprinting difficile da sradicare, bisogna educare all’affettività già alle medie.
Il femminicidio è solo l’apice: io ho vissuto anni di violenza in casa e non riuscivo a prendere le distanze.
Dovevo essere aiutato a capire che mamma non aveva colpa.
Quando mio padre, condannato a 18 anni, è uscito dopo 13 ho pensato che fosse un grosso sbaglio.
Non è cambiato.
Pensa ancora di aver fatto bene.
In carcere non c’è rieducazione.
Non mi interessa che marcisca in galera se poi, anche dopo trent’anni, rimane lo stesso uomo.
Io sono qui.
Ma potevo non esserci.
E nessun bambino dovrebbe crescere pensando che la violenza sia amore.”
—Pasquale Guadagno, figlio di Carmela Guadagno.