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28/05/2026

Nel mio piccolo, mi riconosco perfettamente nell'esperienza e nell'analisi.
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Ilaria Vesentini/ILPOST
27 Maggio 2026
Forchielli: «Dei cinesi bisogna diffidare. Ti usano per entrare e poi ti buttano via»L’alert dell’imprenditore pioniere delle partnership tra Roma e Pechino: «Aprire le porte significa farsi colonizzare e diventarne schiavi»
APPROFONDIMENTI
L'analisi: Investimenti cinesi ai massimi in Europa a quota 16,8 miliardi La metà sull’auto
È stato chiamato per anni “Mister China”, il grande esploratore del capitalismo asiatico. Ma dopo aver lavorato per dieci anni nella terra di Mao ed essere stato il pioniere delle collaborazioni tra l’industria italiana e quella del Dragone, oggi Alberto Forchielli è uno dei testimoni più disincantati e sferzanti di quanto pericoloso sia l’assalto cinese alla manifattura europea. Il suo è un monito drastico: chiudete le porte.
È in atto una massiccia ondata di investimenti cinesi in Europa e in Italia. Che strategia c’è dietro?
Vogliono costruire un’altra Cina fuori dalla Cina. Sanno benissimo che di fronte alla loro avanzata i Paesi occidentali metteranno altri dazi per difendersi. Quindi si stanno preparando a comprare tutto il comprabile e a investire tutto l’investibile, in modo da camuffarsi da industria nazionale. Fanno una fabbrica di assemblaggio in Europa per bypassare le regole, ma spediscono i componenti sottocosto dalla Cina. Così la nostra componentistica locale va a farsi benedire e ci smantellano i posti di lavoro.
Stiamo solo subendo il loro dumping o c’è anche una capacità tecnologica ormai concorrenziale?
C’è eccome, i cinesi non fanno più la bassa qualità di dieci anni fa. Hanno milioni di laureati in scienze e una capacità di innovare bestiale. Ormai ci stanno superando in contenuto tecnologico: basta guardare Byd nelle auto, Catl nelle batterie, Dji nei droni, o Huawei e Trina Solar. Anche i macchinari industriali sono ormai molto più sofisticati in Cina che da noi.
C’è chi propone di aprire ai cinesi, affinché siano nostri alleati e non padroni. È la ricetta giusta?
Chi lo propone non ha capito come sono i cinesi. Sono nostri alleati solo finché serviamo, poi ti cancellano. Adesso hanno bisogno di noi per introdurre i loro investimenti, vogliono comprare una fabbrichetta e allora ti trattano a champagne e inchini. Ma il giorno in cui hanno ottenuto quello che vogliono, ti mandano a quel paese. Il cinese non ha la logica dell’equo profitto, non conosce il 50-50: vuole che sia -20 per te e 120 per lui, deve essere tutto suo. E lo dimostra il fatto che in pochi anni sono arrivati a detenere quasi due terzi della capacità produttiva industriale del mondo, ma la utilizzano solo per metà e hanno bisogno di far girare di più gli impianti, hanno bisogno di appropriarsi della domanda mondiale. E lavorano 9 ore al giorno per 6 giorni alla settimana, con una meritocrazia pazzesca per cui se non vai ti cacciano in un secondo.
Che cosa resta dei territori in cui entrano a fare affari?
Non rimane niente. Per ottenere quello che vogliono promettono investimenti e sviluppo, poi se ne infischiano. A Reggio Emilia Faw aveva annunciato di fare lì il più grande laboratorio europeo di R&S per la meccanica agricola, si sono presi i marchi di trattori e il know-how e se ne sono andati. Lo stesso accadrà con l’automotive e con l’elettrodomestico e noi stiamo zitti. Ci resta solo il Golden Power, con Pirelli ha funzionato.
Perché l’Europa subisce questa cannibalizzazione e gli Stati Uniti no?
Perché noi in Europa siamo lenti, farraginosi, un disastro. Spendiamo un sacco di tempo in trattative e consulenze, e li temiamo. Se decidiamo di mettere un vincolo impieghiamo tre anni, facciamo regole tenui piene di scappatoie e, se chiudiamo un varco, loro vanno in Ungheria, dove trovano le porte aperte. Negli Usa invece sono meno timorosi: in 90 giorni mettono i dazi e in gran parte riescono a tenerli fuori dai settori strategici.
Lei ha vissuto un decennio in Cina, portando anche le loro aziende qui. Da dove nasce questa disillusione?
Pensavo fosse una parentesi felice, è stata una parentesi del terrore. Ho sofferto come un cane insieme ai miei colleghi. I cinesi sono dispettosi e infidi: in dieci anni ho contato 38 dispetti, mosse scorrette e mancanze di parola. In 38 occasioni mi sono sentito quasi truffato.
Può farci un esempio concreto?
L’agenzia di rating cinese Dagong, di cui io comprai il 40%. Li portai in Europa, feci ottenere l’autorizzazione dell’Esma: il giorno dopo aver incassato il permesso, smontarono tutti gli accordi e io mi resi conto che ero solo il loro strumento, decisi di rompere e mi feci liquidare. Oggi la Cina è una superpotenza economica ma non ha un’agenzia di rating internazionale, con grande felicità anche degli americani. E bisogna stare attenti: una volta che acquisiscono le aziende e il potere economico, questo si converte sistematicamente in potere politico e finanziario. Cominciano a finanziare i politici italiani, e lo stanno già facendo, il distretto di Prato è un caso di scuola.
Anche gli indiani, però, stanno entrando in Europa: corriamo lo stesso pericolo?
Gli indiani sono meno pericolosi e più gestibili. Primo, non hanno la stessa potenza, dato che il loro Pil è un sesto di quello cinese. Secondo, non sono organizzati a livello di sistema: la Cina si muove compatta con lo Stato, i ministeri, i soldi pubblici. È un’aggressione di sistema a cui è difficilissimo resistere.
Quindi, di fronte alle offerte dei capitali cinesi, che suggerisce di fare?
Chiudere la porta. Se li facciamo investire in casa nostra, distruggeranno le nostre industrie e la nostra economia. Ricordatevi una cosa: il cinese vuole bene solo agli altri cinesi, la sua famiglia è in Cina, e tu non farai mai parte della sua famiglia.

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